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samedi 24 juin 2017

Le protestantisme (2e partie, par l'Abbé Gabriel Billecocq)

https://youtu.be/bwisZBj3Cro

Le protestantisme (Abbé Gabriel Billecocq).

https://youtu.be/13qyqdfQAFY

MiL - Messainlatino.it: Abusi liturgici e Ritus Modernus

MiL - Messainlatino.it: Abusi liturgici e Ritus Modernus

Abusi liturgici e Ritus Modernus


Una volta tanto parliamo di Novus Ordo Missae.
Un'interessante esposizione pubblicata dagli amici di Campari e de Maistre sulla facilità di compiere abusi nel NOM.
L


del Cardinal Dal Sacco

Carissimi amici e lettori, ben trovati! Ho avuto bisogno di un lungo periodo di pausa forzata dal computer ma nel frattempo non ho smesso di raccogliere e di valutare tutte le eresie che quotidianamente si trovano sotto gli occhi dei fedeli cattolici. Riprendiamo oggi la nostra rubrica che, come sicuramente ricorderete, si era attestata al II appuntamento. Oggi parleremo delle eresie legate alla Pasqua ma partendo da un punto di vista particolare, vale a dire quello liturgico. Perché dobbiamo parlare di liturgia e non di teologia? Perché parlando di liturgia si parla – eccome! – di teologia e quindi sbagliare liturgia significa avere idee sbagliate in teologia. E questo per almeno due motivi: il primo è che la liturgia «è fonte e culmine della vita cristiana» (da essa tutto parte, e ad essa tutto torna); il secondo è cristallizzato in una legge antichissima della Chiesa, ribadita anche nell'ultima edizione del Catechismo, «Lex Orandi, Lex Credendi», per cui i fedeli sono tenuti a credere e professare tutto ciò che la Chiesa celebra in tutte le sue pratiche liturgiche. Con uno slogan, potremmo correttamente dire che chi sbaglia teologia, sbaglierà liturgia ma anche il contrario visto che, soprattutto dal punto di vista dei fedeli laici, la liturgia ha un carattere profondamente pedagogico nonché mistagogico (che ci introduce/conduce al mistero).

Cosa c'entra però tutto questo con la Pasqua? Un discorso del genere non si può applicare a tutte le celebrazioni liturgiche, siano esse celebrate in Tempi Forti come in Tempo Ordinario? In linea di principio l'obiezione è corretta, giacché ogni singolo mistero celebrato racchiude in sé tutta la Rivelazione (in una Messa votiva per la Madonna, ad esempio, si celebreranno anche i misteri di Cristo e della Chiesa e non solamente i misteri della Vergine) tuttavia, sempre secondo l'insegnamento bimillenario della Chiesa, proclamato solennemente nell'Annuncio del Giorno di Pasqua nel giorno dell'Epifania, il Triduo Pasquale è «il centro dell'anno liturgico»: valutare quindi la qualità liturgica delle celebrazioni pasquali significa conoscere il grado di ortodossia e di amore per le anime delle persone che le celebrano, siano essi sacerdoti come laici (i quali, ad esempio, potrebbero recitare quotidianamente, senza sacerdote, comunitariamente quanto singolarmente, la Liturgia delle Ore).

Ma a questo punto, penso siano necessarie due precisazioni: 

1) non è in discussione la devozione delle celebrazioni, nonché del celebrante, poiché essa può dipendere anche da circostanze contingenti (un sacerdote che celebra una messa con un mal di testa atroce non potrà avere la stessa condizione psicofisica di un novello sacerdote che celebra la sua Prima Messa) e pertanto parliamo di cose che ci sembrano oggettive in quanto pubbliche, reiterate ed anche giustificate da chi le pratica; 

2) facciamo riferimento essenzialmente al Rito Romano Nuovo (NO), che seguo abitualmente ancora oggi, dopo cioè la restaurazione del Rito Romano Antico (VO): non ho nulla contro il VO, semplicemente preferisco (mi si passi il termine) il NO e non so, pertanto, se alcuni problemi riscontrati in alcuni passi della Liturgia del Triduo nelle rubriche (cioè le esplicazioni, scritte in rosso, da cui il nome, sul modo di celebrare la liturgia) siano presenti nel VO: fedele al Motu Proprio Summorum Pontificum non voglio metterli né in contrapposizione né a paragone (quasi fosse una gara) tra di essi, ma semplicemente parlare di alcune piccole cose che non tornano nella lettura delle rubriche del Messale di Paolo VI (la cui validità – attenzione! – non intendo minimamente mettere in discussione neanche come ipotesi).

Perché sottolineo il fatto che mi riferisco alle rubriche? Perché esse sono spesso percepite come semplici annotazioni a margine ma invece, dovendo esplicitare la corretta celebrazione, sono di capitale importanza. Il Messale di Paolo VI ne presenta poche, spesso uguali ad altre presenti già esplicitate, ed a volte non riguardano – ahimé – la completa celebrazione ma solamente alcuni momenti particolari: le formule su cui è bene riflettere, e che sono ripetute fino allo sfinimento nella lettura del Messale, rientrano tra i permessi e le eccezioni. In pratica le rubriche del Messale di Paolo VI rendono, nei fatti, moltissime cose sempre omettibili oppure a discrezione del sacerdote e della comunità in cui i misteri si celebrano. Basta una lettura delle rubriche generali per toccare con mano che le forme verbali «si può / si possono» sono usate a iosa, lasciando il lettore abbastanza sorpreso in quanto da almeno 500 anni, cioè dal Concilio di Trento, ma anche da molto prima, la Chiesa aveva intrapreso la strada dell'uniformità liturgica (con obbligo di praticare le rubriche) per poter meglio sottolineare il carattere dell'unico sacrificio di Cristo, evitando prassi liturgiche discutibili e permettendo anche ai fedeli di nazionalità diverse, ma appartenenti tutti al medesimo rito latino, di poter individuare facilmente la medesima celebrazione eucaristica in ogni parte del mondo. Il Messale attuale fa a volte riferimento alle usanze locali, come anche alla prassi e pochissime volte alla tradizione: non si tratta di problemi di traduzione in quanto la forma tipica latina usa spesso e volentieri il termine mos che, per quanto lo si voglia ancorare ad un concetto di patrimonio antico da conservare, è essenzialmente diverso dalla traditio di cui parla il Catechismo.

Partendo da queste rubriche, in particolare dai permessi per le omissioni, buona parte del clero che ha vissuto l'immediato post-Concilio Vaticano II ha stravolto e continua a stravolgere le usanze locali e la medesima liturgica. Che cosa è successo e succede tutt'ora infatti? Essendo i ministri ordinati coloro che presiedono ogni assemblea liturgica, cominciando dal Vescovo, il quale è «il liturgo della Diocesi», ancora oggi è ovvio che siano essi ad occuparsi della preparazione e dello svolgimento delle celebrazioni: questa cosa, tuttavia, la dobbiamo immaginare ancor più ingigantita se rapportata agli anni '60 e '70 quando, cioè, il Messale di Paolo VI si andò diffondendo in tutta la Chiesa latina. All'epoca, come è facile sia sapere dai protagonisti che intuire dai risultati che sono sotto i nostri occhi, il clero applicò in lungo e largo il concetto «si può omettere» andando a modificare e far morire quelle che erano «le usanze locali», vero e proprio patrimonio della Chiesa e, dunque, parte della tradizione in quanto, benché si trattasse solo di elementi fattuali e pratici, avevano la loro ragione ultima in verità di fede.

Facciamo un esempio: se si chiedesse al fedele della strada qual è il colore dei paramenti liturgici per la celebrazione del rito delle esequie – sono sicuro – quello risponderebbe senza problemi: il viola! Ma così in verità non è poiché né il Concilio né il Papa hanno abrogato (cioè dichiarato non più applicabile né valido) il colore nero: la rubrica del Messale infatti dice che «il colore nero si può usare, dove è prassi consueta, nelle Messe per i defunti». Cosa ha fatto, e continua a fare, il clero degli anni post-conciliari invece? Ha buttato nelle cassapanche delle sacrestie (o nei cassonetti nei peggiori casi) i paramenti neri comprandone viola anche dove la prassi concreta era il nero: i musei diocesani e parrocchiali sono testimonianze inequivocabili di questa prassi che è stata calpestata in favore di una non ben chiara innovazione liturgica.

Con questo piccolo esempio è facile capire come, partendo dalla lettura fantasiosa di una rubrica (di per sé problematica – non lo nego – come detto poc'anzi in quanto utilizza il termine prassi e non tradizione che rimanderebbe invece al patrimonio secolare della fede trasmessa dagli Apostoli) si è instaurata una nuova usanza che i fedeli hanno tuttavia percepito come una nuova prassi seguita all'abrogazione della legge precedente, cioè l'utilizzo del colore nero. E questo solo per un colore liturgico che, benché importante (tutto il patrimonio della Chiesa è importante in quanto nemmeno uno iota passerà) non è di fondamentale importanza in quanto non intacca, almeno apertamente, nessuna verità di fede. Il medesimo discorso si può fare per l'uso e la presenza delle balaustre, dei paliotti, del baldacchino vescovile posto sopra le Cattedre, e vale anche per l'esposizione e l'uso delle basiliche (grandi ombrelli indicanti il carattere basilicale di una determinata chiesa), per l'utilizzo del pulpito per la proclamazione della Parola di Dio e dell'omelia, etc.


Ma ci sono casi ancora più gravi che rimandano a delle vere e proprie verità di fede presenti in particolare nel Triduo Pasquale tra cui, secondo il sottoscritto, spicca il caso del Preconio Pasquale, vale a dire l'inno di esultanza da proclamare/cantare a conclusione della liturgia del fuoco nella Veglia Pasquale, madre di tutte le Veglie, e della proclamazione della Sequenza di Pasqua nella Messa del Giorno e dell'Ottava. Secondo le norme attuali, alcuni passaggi del Preconio, riportati tra parentesi quadre di colore rosso nelle edizioni dei Messali, possono essere omessi anche se non viene riportato il motivo: cosa cambia infatti se la Veglia Pasquale dura 3 minuti in più o di meno a seconda se si canta tutto il Preconio? E perché mai dovremmo avere la pretesa di accorciare ciò che i Santi hanno scritto e la Tradizione trasmesso? Che potere si ha dinanzi a secoli di storia che ci stanno a guardare (giacché abbiamo più passato alle spalle di quanto futuro pensiamo di avere dinanzi a noi)? Ed inoltre, siamo sicuri che i passi che si possono omettere non siano di capitale importanza e di alto livello mistagogico? Una delle strofe incriminate infatti è quella dove si afferma il fatto che non c'è «nessun vantaggio per noi ad essere nati se Cristo non ci avesse redenti»: siamo proprio sicuri che si tratta di un passaggio secondario e non, invece, una profondissima riflessione di teologia benché composta da si e no 15 parole? Eppure è facoltativa, come lo sono alcune strofe del Te Deum ma – addirittura! – anche la recita completa dei nomi dei santi (tra cui gli Apostoli) e delle sante nel Canone Romano.


Un'altra assurdità, riportata nel Lezionario Festivo per i Tempi Forti (cosa che mi porta a pensare/sperare che si tratti solo di un'anomalia italiana, in quanto i Lezionari sono curati ed approvati dalle Conferenze Episcopali Nazionali) riguarda la Sequenza di Pasqua, il celebre Victimae Paschali Laudes. Sarà bene spendere qualche parolina di più su questo particolare inno perché se celebrato adeguatamente potrebbe essere fonte di profondo rinnovamento e di approfondimenti teologici inimmaginabili: d'altro canto come potrebbe essere diversamente, trattandosi del patrimonio e della tradizione della Chiesa? Orbene: stando alla rubrica del Lezionario [1], il povero Victimae Paschali – udite udite! – è obbligatorio solo la Domenica di Pasqua (alla cosiddetta Messa del Giorno in quanto la Veglia ha una struttura liturgica differente) ed è facoltativo nell'Ottava che, com'è noto, presenta la stessa-identica-medesima (è bene sottolinearlo) liturgia della Messa del Giorno di Pasqua in quanto prosecuzione del giorno festivo per eccellenza, tant'è che è presente sia a Natale che a Pasqua. Attenzione, però: la Messa dell'Ottava è identica a quella di Pasqua in tutto tranne nella proclamazione della Sequenza. Per i Vescovi italiani, come anche per molti parroci, infatti, questa cosa è logica ma per il sottoscritto tutto il contrario almeno per due motivi: 1) come è possibile celebrare il mistero pasquale senza la proclamazione della lode alla Vittima Pasquale? 2) che senso ha parlare di celebrazione della stessa-identica-medesima liturgia per 8 giorni se si può omettere una parte di essa? Questa cosa è sconvolgente e la si può capire, ahimè!, solamente se partiamo da una profonda quanto orribile eresia: non è più chiaro cosa sia la Resurrezione di Cristo. E penso di poter trovare le ragioni di questa mia forte affermazione nella lettura della traduzione ufficiale della medesima sequenza su cui è bene riflettere.


I problemi, neanche a dirlo, nascono fin dalla prima strofa, in quanto la traduzione italiana compie un volo che avrebbe fatto impallidire anche Pindaro: anziché, come dovrebbe essere, tradurre con «Alla Vittima Pasquale i cristiani immolino / innalzino la propria lode» [2], il Lezionario presenta la seguente traduzione: «Alla Vittima Pasquale si innalzi oggi il sacrificio di lode» spostando il soggetto da tutti i cristiani che devono celebrare il sacrificio di Cristo (e quindi tutta la Chiesa, militante-purgante-trionfante, presente interamente quanto misteriosamente in ogni singola celebrazione liturgica della Chiesa, in particolare nella Santa Messa) ai singoli fedeli riuniti in un determinato momento, vale a dire l'assemblea per la celebrazione pasquale, cosa che giustifica la presenza dell'oggi nella traduzione. Si tratta di qualcosa di sconcertante in quanto, nella prassi, passa l'idea che la lode sia solo dei viventi e, vieppiù, solamente dei presenti a quella determinata Messa, cosa che, però, è smentita categoricamente dall'Apostolo che afferma che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e sottoterra».


Ma i nostri Vescovi sbagliano anche nella successiva strofe in quanto, anziché tradurre con «l'Agnello ha redento le pecore, Cristo l'Innocente / l'Innocente Cristo ha riconciliato al Padre i peccatori»[3] traducono con «l'Agnello ha redento il suo gregge, l'Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre». Vedendole così non sembra nulla di fondamentale, in quanto manca solamente il nome Cristo ma così non è in quanto non è chiaro chi sia la Vittima Pasquale né tanto meno chi è l'Agnello o l'Innocente: in pratica ci si vergogna di chiamare per nome proprio il nostro Salvatore, cioè Cristo. Una dimenticanza del genere non è cosa di poco conto in quanto intacca un punto cardine della nostra fede: Cristo, e solo lui, ha redento l'umanità riconducendola la Padre. Le altre strofe non presentano nessun problema finché non si arriva alla fine in quanto, misteriosamente, non si vuol dire che Cristo è risorto dai morti [4] dal momento che ci si è rifiutati di tradurre il «a mortuis» e lasciando un generico «risorto»: ma per affermare la corretta traduzione dobbiamo essere sicuri che Cristo sia risorto, ma come possiamo esserne certi se la resurrezione di Cristo è reale ma non storica, come vuole la teologia contemporanea?


Infatti io non vedo altra spiegazione che la seguente: i traduttori, con evidenti problemi di ortodossia, approfittano di una parte mobile della Celebrazione Eucaristica (in quanto non è presente tutto l'anno) per poter insinuare dei piccoli dubbi rispetto al mistero pasquale contraddicendo invece ciò che il Messale ripete in continuazione nello stesso giorno, vale a dire il fatto che «in questo giorno […] Cristo è risorto nel suo vero corpo».


Ma le cose da dire sul triduo sarebbero ancora di più, e riguardano sia le rubriche che la prassi di alcuni sacerdoti che, ad esempio, il Venerdì Santo si rifiutano di suonare le campane a morto mantenendole accese e funzionanti come se fosse un giorno qualsiasi per tutto Sabato Santo; che durante la Veglia di Pasqua si rifiutano categoricamente di inserire i grani di incenso nel cero, o di proclamare tutte le letture previste come se ci si trovasse sotto un bombardamento; ma ci sono anche parroci che benedicono un cero pasquale che poi, dopo Pentecoste, verrà tagliato per farne candele per l'altare andando a ripescare, in caso di battesimi o funerali, qualche vecchio cero con il contenitore per la cera liquida (facendo respirare le traballanti risorse economiche della Chiesa); ci sono Vescovi (tra cui il mio) che il Giovedì Santo arrivano tardi per la Celebrazione, predicano eresie per 25 minuti ma poi non utilizzano il Canone Romano durante la Consacrazione per poter velocizzare la celebrazione (in questo aiutati dal Messale che non ne vieta l'uso, neanche in quel giorno solenne); ci sono Vescovi che anticipano la Messa Crismale al mercoledì pomeriggio (togliendo ai fedeli di tutte le sue parrocchie la possibilità di andare a Messa quel pomeriggio) perché il Giovedì mattina i sacerdoti hanno da fare; ma c'è anche chi toglie i tappeti per la realizzazione di un Concerto ma li lascia per tutta la Quaresima; oppure chi organizza concerti di Pasqua (con tanto di canti di Alleluja, Regina Coeli, chi ne ha più ne metta) in Quaresima e finanche nella Domenica delle Palme; ho conosciuto un sacerdote, fresco di Licenza in Liturgia, che nelle diverse settimane della Quaresima ha fumigato la sua parrocchia una volta con aceto e incenso, un'altra volta con aloe e mirra, e così via, per poter continuare a rendere l'aula liturgica un luogo sano e adeguatamente idoneo a trasmettere un senso di pace e serenità; etc etc.

Il panorama delle aberrazioni liturgiche pasquali è molto ricco in quanto è altrettanto ricco il patrimonio della fede e della tradizione liturgica della Chiesa: e non potrebbe essere diversamente in quanto la Pasqua è la festa di Cristo, vincitore sul peccato e sulla morte, che ci ha aperto le porte del Paradiso benché non meritassimo neanche di poterlo chiamare Signore e Dio nostro.


Le rubriche del Messale presentano dei problemi, è vero, ma la fantasia liturgica dei sacerdoti e dei Vescovi non sembra avere freno: mi auguro che la nuova edizione del Messale, attesa da anni ed invocata a destra e a manca da tutti gli addetti ai lavori, curi maggiormente questi aspetti riconoscendo gli errori prodotti in 50 anni ed abbandonando il criterio della prassi in favore di quello della tradizione: in molti storceranno il naso, ma la Chiesa non dovrebbe curarsi di diventare mondana, bensì di evangelizzare il Mondo.


1 «Solo oggi [Messa del Giorno di Pasqua, n.d.r.] è obbligatoria; nei giorni fra l'ottava è facoltativa».

2 Victimae paschali laudes immolent Christiani»

3 «Agnus redémit oves:redémit oves: Christus innocens Patri reconciliávit peccatóres».

4 «Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére».

Le Salon Beige - blog quotidien d'actualité par des laïcs catholiques: L’abbé Émeric Baudot, nommé à Saint-Nicolas du Chardonnet

Le Salon Beige - blog quotidien d'actualité par des laïcs catholiques: L'abbé Émeric Baudot, nommé à Saint-Nicolas du Chardonnet

L'abbé Émeric Baudot, nommé à Saint-Nicolas du Chardonnet

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24 juin 2017

Image-4La Fraternité Saint-Pie X vient de nommer l'abbé Émeric Baudot à Saint-Nicolas du Chardonnet. Âgé de 56 ans, ce prêtre originaire de Lyon, entré au début des années 1980 au séminaire d'Écône pour rejoindre Mgr Marcel Lefebvre, a été ordonné juste après les sacres épiscopaux de 1988. Desservant de la chapelle de Versailles puis directeur du collège de Sainte-Marie, près de Saint-Malo, il fut l'économe général de la Fraternité pendant douze ans, avant d'être nommé premier assistant du supérieur du district de France il y a trois ans. Il est le 5e prêtre que la Fraternité Saint-Pie X nommé à Saint-Nicolas du Chardonnet, à la suite de Mgr François Ducaud-Bourget, prêtre de l'archidiocèse de Paris qui avait investi l'église il y a quarante ans pour la restituer au rite traditionnel, aux côtés des abbés Louis Coache (prêtre du diocèse de Beauvais) et Vincent Serralda (prêtre de l'archidiocèse d'Alger).

À sa mort en 1984, Mgr Ducaud-Bourget avait sollicité l'œuvre fondée par Mgr Lefebvre pour desservir l'église du Ve arrondissement et c'est l'abbé Philippe Laguérie qui fut diligenté par ce dernier pour le remplacer. Depuis, une quarantaine de curés et de vicaires se sont succédés pour œuvrer dans ce « phare » du traditionalisme français. Seule église entièrement consacrée à la liturgie grégorienne dans le pays, elle devint progressivement la matrice de nombreux sanctuaires et chapelles qui ont permis de remettre au goût du jour le rite traditionnel, entièrement proscrit pendant les années 1970. Avec trois messes quotidiennes et cinq messes le dimanche, Saint-Nicolas du Chardonnet met à disposition en permanence un prêtre pour recevoir les fidèles.

Posté le 24 juin 2017 à 21h24 par Michel Janva | Catégorie(s): L'Eglise : L'Eglise en France

Archbishop defends Catholic teaching on contraception. Will Pope Francis? | News | LifeSite

https://www.lifesitenews.com/news/archbishop-defends-catholic-teaching-on-contraception.-will-pope-francis?utm_source=LifeSiteNews.com&utm_campaign=6c9dd8cd4c-Catholic_6_23_2017&utm_medium=email&utm_term=0_12387f0e3e-6c9dd8cd4c-402192817

Pope Francis’ silence is a bold denial of objective truth: former Vatican Bank chief | Opinion | LifeSite

https://www.lifesitenews.com/opinion/pope-francis-silence-is-a-bold-denial-of-objective-truth-former-vatican-ban?utm_source=LifeSiteNews.com&utm_campaign=6c9dd8cd4c-Catholic_6_23_2017&utm_medium=email&utm_term=0_12387f0e3e-6c9dd8cd4c-402192817

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RORATE CÆLI: Card. Burke Interview: Amoris Laetitia dubia, 10 years of Summorum, Fatima, and more

https://rorate-caeli.blogspot.fr/2017/06/card-burke-interview-amoris-laetitia.html?m=1

Reflexiones ante la crisis de la Iglesia

Reflexiones ante la crisis de la Iglesia

Reflexiones ante la crisis de la Iglesia

El juicio que debemos hacer, y el juicio que no debemos perder
24/06/17 12:02 am por

La Iglesia está descalabrada, el mundo está descalabrado y crujen por todas partes. Naturalmente lo estamos los hombres (el género humano, entiéndase).

Dentro de la Iglesia, en virtud de la obligación natural de todo bautizado de defender la Fe en caso de peligro y de confesarla en todo momento, hay una reacción fuerte, más virulenta que nunca bajo el pontificado de Francisco, fruto de su modo dialéctico extremo de provocar y también, aunque muchos piensen lo contrario, por la coherencia casi extrema tembién de su gobierno con los principios que lo inspiran, a saber, los del Concilio Vaticano II. Posiblemente sea el papa más conciliar, el que ha llevado sus novedades a las últimas consecuencias.

Él lleva a la práctica con más consistencia los falsos principios liberales que cualquiera de los otros papas conciliares, quienes esquivaron no la teoría sino sus consecuencias naturales. Juan Pablo II defendió la subversión de los fines del matrimonio, pero concluyó en que la contracepción era un mal y la indisolubilidad del vínculo, pobre defensa por más entusiasta que fuese, ya que se fundaba en un cimiento minado por el error. La moral personalista, fuertemente condenada ya por Pío XII, guió su magisterio en materia familiar.

Sin embargo, el papa Woytila ya había concluido coherentemente en otros aspectos de la neodoctrina del Vaticano II. Asís es uno de los ejemplos más elocuentes. Asís, sin embargo, no levantó olas de indignación, salvo entre los tradicionalistas. De modo que este estallido contra la doctrina de Francisco, que incluye a algunos clérigos de algo rango, no se explica más que en el desengaño de muchos, quienes sin ver las causas que estaban (y están) minando la Iglesia desde mucho antes, parecen descubrir ahora que proceden de la cabeza terrenal del Cuerpo Místico, del Vicario de Cristo, no en cuanto tal, obviamente, sino en virtud de sus errores doctrinales. Un papa que, consideran estos desengañados, es un extraño en la cátedra de Pedro y cuyas ideas no tienen antecedentes…

Pero sí tienen, múltiples y terribles antecedentes. Omitir este análisis de la situación de la Iglesia conduce a una situación peligrosa: si antes estas personas no ejercían ningún tipo de juicio objetivo sobre las desviaciones doctrinales, o eran particularmente benignos con ellas, ahora lo ejercen por demás. Van más allá de juicio de la doctrina y se meten en el pantano otros juicios…

¿Qué juicio se puede realizar sobre esta cuestión?

El primero, obligatorio y al alcance de todo bautizado que no ha naufragado en su Fe, es el de reconocer la contradicción entre lo que la Iglesia ha enseñado siempre y lo que se viene enseñando desde hace ya muchos años. No se necesita una gran fineza teológica pero sí un sentido de la Fe alerta y eficaz, no demolido por la indiferencia, el nulo ejercicio de la práctica religiosa o la ignorancia supina. Pero no es que este privilegio de ejercer el sentido de la Fe sea para los sabios y les esté vedado a los sencillos. Con frecuencia son estos quienes rechazan las novedades porque sospechan, con intuición cierta, que esto no es lo que les fue enseñado o no es la forma de vivir que la Iglesia ha ponderado siempre como fruto de las virtudes cristianas.

También están los católicos cultivados, que pueden elevar su juicio a un nivel de fundamentación más explícito que el de los sencillos. A estos les afecta con frecuencia (nos afecta, por mejor decir) la tentación de llevar el juicio que nos es lícito, es decir, sobre qué es católico y qué no lo es conforme a lo que la Iglesia ha sostenido siempre, al campo del juicio sobre la autoridad de la Iglesia. Esta frontera se cruza con mucha facilidad. Parece poco decir "lo que Francisco predica en esta homilía contiene errores (y también horrores)" y cruzamos a un terreno donde no nos es posible pisar con seguridad: "esto lo convierte en antipapa, en hereje, queda depuesto, etc.".

Pero, ¿cómo no decir algo así si vemos y oímos cosas escandalosas, que nos conmueven en nuestra fibra más profunda de católicos? Bien, aquí comienza una tarea de discernimiento de las cosas que no puede pasar por las reacciones de ira o de indignación.

Así como la Caridad (como virtud sobrenatural) se asocia a la verdad en el orden del ser, así parece que deben asociarse en la vida cristiana para que se pueda llegar a cierto grado de perfección espiritual, necesario para salvar el alma. Así como nuestro juicio o sentido de la Fe debe estar alerta para no ser llevados al error por los heretizantes, así nuestra disposición frente al escándalo no puede prescindir del ejercicio de las virtudes cristianas. No solo la Fe, sino también la Esperanza y la Caridad, para no derrapar inclusive en cuestiones de Fe.

La Esperanza nos ata a las promesas de Cristo y nos recuerda que la Iglesia no puede sucumbir y es indefectible. Las lacras que la afean son parte de su pasión, como las llagas de Cristo, que repugnan a los sentidos pero no afectan la indemne divinidad del Redentor. Y así como El anticipó a sus discípulos lo que iba a padecer, también nos anticipó a los cristianos de los últimos tiempos lo que estamos viviendo, tanto en sus profecías canónicas como en las apariciones de la Santísima Virgen que la Iglesia ha hecho suyas, honrándolas extraordinariamente.

Caridad y Verdad, reaseguros del buen camino

La Caridad es con la verdad un anverso y un reverso. No solo porque se debe predicar la verdad por amor a las almas; no solo porque esta prédica debe ser caritativa también en el modo, sino además porque sin caridad se obnubila el sentido de la Fe. Ante realidades tan violentas para el espíritu católico como las que vemos a diario, el alma necesita sostenerse en un equilibrio difícil. Cuando abunda el pecado sobreabunda la gracia. Las gracias están, pero ¿la aceptamos con las mejores disposiciones? Si nuestra vida espiritual se centra en una obsesiva denuncia o lamentación de los males que padece la Iglesia olvidamos que la causa de esos males es el pecado, que nosotros integramos el elenco de los pecadores y que reparar ese pecado con oración y penitencia es más importante y efectivo que cualquier otra cosa. Podremos y también deberemos defender la Fe que está claramente en peligro, en donde tengamos la posibilidad de hacerlo. Pero con un espíritu de verdad informado por la Caridad.

De otro modo nuestro esfuerzo se vuelve meramente humano (caemos en cierto modo en el naturalismo que condenamos), se agota en la denuncia contra la perversión de la Fe. Es necesario el ejercicio de la virtud. Primero, la humildad, que nos pone en nuestro lugar; luego la moderación del espíritu crítico, porque su exacerbación nos aleja de la defensa de la Fe y nos acerca al celo amargo; finalmente la mansedumbre que nos da la paz del espíritu, sin la cual no seremos ni buenos confesores de la Fe ni tampoco, llegado el caso, mártires.

Dependemos de los sacramentos. Y sin embargo, tantas veces en lugar de buscarlos en su forma más tradicional, aún a costa de sacrificios, optamos por abandonarnos a la ira contra el espanto del Novus Ordo. ¿Para qué? Al ejercicio de la abnegación (tan necesaria para evitar el orgullo), el ejercicio puntual de los deberes de estado, que no pocas veces descuidamos bajo pretexto de sostener "causas más importantes" son el primer acto de restauración de la Iglesia. Buscar la Misa, y en torno a ella fundar o preservar la familia. Esa pequeña cristiandad es la verdadera resistencia contra el Modernismo, las sectas, los poderes ocultos…

Presunción y desesperación

¿Cómo podremos ver con claridad (y obrar con Caridad) si estamos cegados por la indignación que con frecuencia no es un puro celo por la gloria de Dios sino mezcla de nuestras pasiones y resentimientos? ¿Cómo podremos ver con claridad la justa medida si vivimos en y contribuimos a producir un ambiente donde el despellejamiento sistemático del prójimo es casi un deporte, y realizamos juicios temerarios con absoluta naturalidad? Esto, sin duda, es un grave obstáculo, un impedimento para recibir la gracia que necesitamos en estos tiempos de gravísimas tentaciones y pruebas.

Hacia arriba juzgamos la cobardía, la traición, la entrega, la estupidez de los que tienen responsabilidades jerárquicas en la Iglesia. No está en nosotros juzgar al prójimo en este sentido. "No juzguéis y no seréis juzgados"significa esto, precisamente, que del fuero interno no se puede emitir juicio, está reservado solo a Dios. Y de lo externo, si juzgar no significa discernir lo que está bien de lo que está mal fundados en lo que la Iglesia nos ha enseñado, ¿qué significa? Advertir a los engañados de esos peligros, sin duda. Pero también de que Dios está al mando de las cosas y lo que no se encamina es porque Él lo permite, seguramente porque no merecemos todavía esta restauración.

Asumir una responsabilidad que no nos ha sido dada por Dios, erigirnos en jueces sin que nadie nos haya puesto en ese oficio: ¿puede haber algo más contrario a la Caridad, más presuntuoso y soberbio? Por algo en las letanías del Espíritu Santo, no me canso de recordarlo, pedimos que se nos libre de la presunción y de la desesperación conjuntamente. Y esto es porque de la primera nace la segunda, que se puede manifestar en engañosas iluminaciones, en las que nos sintamos intérpretes proféticos de las situaciones profundamente misteriosas y salgamos a proclamar soluciones o a deponer autoridades. Ridículo, patético y trágico. Obramos como pobres locos creyéndonos lo que no somos y pronunciando "verdades" que no pasan de opiniones endebles y no pocas veces absurdas.

Hacia abajo no somos mejores: conminamos a los demás a despertar de su estúpido letargo, a advertir de que nosotros decimos la verdad de las cosas. Y aún cuando digamos muchas verdades fundados en la autoridad de la Iglesia, no pocas veces la decimos como escupíendolas, no precisamente de un modo evangélico. Ni que hablar cuando se demuestra que teníamos razón en tal o cual punto: la alegría de que otro haya visto la verdad se opaca con nuestro espíritu de recriminación: "yo te lo dije y no me escuchaste". ¿Llegamos incluso a alegrarnos de la probable condena eterna de los pecadores? A veces lo temo. Recordemos que Nuestra Señora en Fátima nos pidió rezar permanentemente por los "pobres pecadores". Y los santos pastorcitos dedicaron su vida a sacrificarse por ellos del modo más admirable.

La crítica es un necesario ejercicio de la razón, en cuanto se haga según la prudencia. No sobre materias o personas que nos exceden en rango o calidad intelectual. No sobre intenciones ocultas. No basados en nuestra propia autoridad. Sino más bien, sobre temas en los que tenemos la obligación de discernir, allí donde tenemos competencia y nuestro juicio puede ayudar, a modo de canal de transmisión de la Verdad que atesora la Iglesia, pisando con prudencia para no confundir nosotros mismos lo que es de la Iglesia con nuestra opinión. Porque también hay que tener una formación sólida para intervenir con provecho de los propio y ajeno en ciertos debates, y algunos no deben darse fuera de un contexto adecuado, porque hacen más daño que bien. Conviene limitarnos humildemente a lo que sabemos. Admitiendo que muchas cosas, la mayoría, nos superan. Esto hará más a favor de la verdad que cualquier perorata caprichosa.

Porque hoy en día, ¿quién puede decir honestamente que tiene certezas sobre lo que pasa o pasará en la Iglesia y en el mundo, más allá de sus lineamientos generales? Dios tiene planes que no conocemos más que borrosamente. Las certezas absolutas son simples y con frecuencia las olvidamos: Nuestro Señor Jesucristo estará con nosotros hasta el fin de los siglosLas puertas del Infierno no prevaleceránEl Corazón Inmaculado de María triunfará en esta instancia histórica, en un tiempo no lejano pero indeterminable.

Sobre lo demás ¿qué podemos hacer sino sufrirlo y ofrecerlo? Hablar cuando sea de provecho, y el resto del tiempo mantenernos en silencio y oración.

Marcelo González

[Fuente: Panorama Católico Internacional]

Artículos de opinión y análisis recogidos de otros medios. Adelante la Fe no concuerda necesariamente con todas las opiniones y/o expresiones de los mismos, pero los considera elementos interesantes para el debate y la reflexión.

La tentación siempre es la misma

La tentación siempre es la misma

La tentación siempre es la misma

Queridos hermanos, la tentación del hombre es siempre la misma, no es la tentación de disimular, de no creer que no somos de barro, no, es la tentación de la soberbia, es la tentación de querer ser como dioses. Es la tentación de no cumplir la Ley de Dios y poner una ley humana como alternativa. Esta es la gran tentación que siempre ha acompañado da hombre, la de emanciparse de Dios, es la soberbia que llevó a  la perdición eterna a los ángeles caídos. La tentación de la soberbia, que opuesta a la humildad, que nada sabe del temor de Dios, se alza frente a Dios diciéndole: Tu ley es pesada; yo, hombre, promulgaré otra en su lugar. Tu ley es una carga insufrible que no queremos seguir, no creemos en ella, ni en las consecuencias de no seguirla.

Es la tentación que se repite en la historia. La Iglesia bien conoce esta tentación y bien la ha combatido contra los herejes y sus herejías, contra quienes ejerciendo el poder civil pretendían subyugar la autoridad eclesiástica. Más en esta época histórica en que vivimos se ha acentuado esta tentación de la soberbia, no conocida con la virulencia con que se manifiesta hoy,  donde el hombre se rebela contra la Palabra divina, donde quiere ejercer su derecho de decidir sobre su propia vida aun a costa de la verdad de Dios y sus preceptos, pues ya no es el fin último el que dirige la vida del hombre sino el fin próximo.

¿Qué tentación observamos en la Iglesia hoy día? ¿No es la tentación de la soberbia? ¿No se cuestiona la Palabra de Dios? ¿No se incumplen sus divinos preceptos? ¿Qué es la verdadera hipocresía sino  hablar de Dios y no cumplir sus mandamientos? ¿No es hablar de Dios y no de sus preceptos? Hablar de Dios, de un Dios hecho a la medida de nuestra debilidad. La tentación del hombre pecador, que no se reconoce como tal ante Dios, es la tentación de crear una moral alejada de la Palabra de Dios, una moral que se sostiene sobre  los deseos del corazón del  hombre, sin injerencia de la voluntad divina, de los mandatos de Dios.

La debilidad del hombre se pone de manifiesto cuando éste se somete totalmente a los preceptos divinos, cuando anulando todo su ser se hace uno con la voluntad Dios, no escatimando sufrimientos, penalidades, cruces, y entonces es fuerte porque ya  no es él quien decide en su vida sino el Señor en él; es el Espíritu Santo quien guía los pasos del hombre, y éste, humilde y sumiso, a los mandatos de Dios se hace dócil a Aquel.

Sólo hay una forma de ser verdaderamente felices, llevando la cruz de cada día y acompañando al Señor con la suya. Esta felicidad no la entiende el hombre soberbio, que busca la felicidad en lo material y no escatima  someter la ley de Dios a sus comodidades y apetencias. Sólo se puede ser verdaderamente feliz en el sufrimiento del seguimiento  de Cristo, es el sufrimiento por dejar atrás el pecado, que es el sufrimiento del desprendimiento de sentimientos muy arraigados en el alma, pero no del agrado de Dios por estar en oposición a su voluntad divina.

Observamos en la Iglesia el crecimiento de esta soberbia más y más sin que nadie advierta y alerte de ella. En nombre de Dios se desobedecen sus propios mandamientos, se desoyen sus preceptos; se avanza, como si dijéramos, en dirección opuesta a la Ley divina. Esa es la dirección que toma la soberbia. Bien podemos decir que se está tomando el nombre de Dios en vano, pues así tiene lugar cuando al tiempo que se hace referencia al amor de Dios, al mismo tiempo se desoye sus mandatos, desligándolos de la misericordia divina. La tentación siempre del corazón del hombre: acomodarse al mundo y al mismo tiempo no prescindir de Dios. La consecuencia es siempre, y reiteradamente, la misma: el olvido de Dios, y el desprecio a sus preceptos. El orgullo que aplastando a la humildad y desterrando del alma el temor de Dios, se encara con Dios y le dice: Tu Ley no la quiero sino me permite hacer lo que quiero. Quiero seguir con mi vida, quiero seguir queriendo a los que quiero, quiero seguir disfrutando como lo hago, no quiero renunciar a nada.

No se puede seguir a Cristo sin cumplir sus mandamientos, sin renuncia, sacrificio y sufrimiento. Tanto hoy como en el tiempo de los Apóstoles, el seguimiento del Señor es el mismo: cumplir sus mandamientos porque así demostramos que le amamos, así demostramos que estamos guiados por el Espíritu de verdad, que transmite lo que ha oído al Hijo que pertenece al Padre.

Ave María Purísima.

Padre Juan Manuel Rodríguez de la Rosa.

Padre Juan Manuel Rodríguez de la Rosa. Nació en Palamós (Gerona) en 1956, y se ordenó sacerdote en 12 de octubre del 2007 en la catedral de Getafe. Es licenciado en Estudios Eclesiásticos y en Derecho Canónico. Preside una Asociación privada de fieles de vida de oración contemplativa. En la actualidad es capellán de una residencia de ancianos de Madrid. Es autor del vídeo "Mysterium Fidei" sobre la Misa tradicional.

Fuera de la Iglesia Católica no hay salvación

https://adelantelafe.com/la-iglesia-catolica-no-salvacion/

vendredi 23 juin 2017

Mgr Nicola Bux : appel au pape François pour déclaration de foi

Mgr Nicola Bux : appel au pape François pour déclaration de foi

Mgr Nicola Bux appelle le pape François à faire une déclaration de foi

Mgr Nicola Bux appel pape François déclaration foi

Monseigneur Nicola Bux


 
Dans le contexte de la demande des quatre cardinaux au pape François de répondre à leurs « Dubia » à propos de l'exhortation post-synodaleAmoris laetitia, restée désespérément sans réponse, une nouvelle interpellation vient d'être adressée au Saint-Père, cette fois par Mgr Nicola Bux, théologien et ancien conseiller de la Congrégation pour la Doctrine de la foi sous Benoît XVI. Il a choisi de lancer son appel publiquement, en répondant à un entretien avec Edward Pentin duNational Catholic Register : le pape, a-t-il dit, doit faire une « déclaration », une « profession de foi ».
 
C'est un signe de la gravité de la situation actuelle : en venir à demander à un souverain pontife, en l'occurrence le pape François, de redire sa foi en la doctrine immuable de l'Eglise est une manière de souligner qu'il le fait ordinairement de manière insuffisante, laissant penser qu'il ne la partage pas en tout point.
 
Mgr Bux n'y va d'ailleurs pas par quatre chemins : il n'hésite pas à dire que nous sommes « en pleine crise de la foi ».
 
Plus fort que les « Quatre Cardinaux » ? Mgr Bux dénonce les actions et paroles ambiguës du pape

  Ainsi Edward Pentin résume-t-il son entretien avec le prélat : « Pour résoudre la crise actuelle dans l'Eglise concernant l'enseignement et d'autorité du pape, celui-ci doit faire une déclaration de foi, affirmant ce qui est catholique et corrigeant ses propres paroles et actions « ambiguës et erronées » qui ont été interprétées d'une manière non catholique. »
 
Sa première question portait sur « l'anarchie doctrinale » en cours et ses conséquences pour les âmes des fidèles et des prêtres. Réponse de Mgr Bux, qui ne contredit pas le constat :
 
« La première chose qu'implique l'anarchie doctrinale pour l'Eglise est la division, causée par l'apostasie, définie comme l'abandon de la pensée catholique par saint Vincent de Leris : quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditur (« ce qui a été cru partout, toujours et par tous »). Saint Irénée de Lyon, qui appelle Jésus-Christ le « Maître de l'unité », a souligné à l'intention des hérétiques que tous professent les mêmes choses, mais que chacun ne veut pas dire la même chose. Tel est le rôle du magistère, fondé sur la vérité du Christ : ramener chacun à l'unité catholique.  

Mgr Nicola Bux rappelle que le pape doit affermir ses frères dans la foi

  « Saint-Paul a exhorté les chrétiens à être en accord et à parler d'une voix unanime. Que dirait-il aujourd'hui ? Lorsque des cardinaux sont silencieux ou accusent leurs confrères ; lorsque des évêques qui ont pensé, parlé et écrit – scripta manent ! – d'une manière catholique, mais disent ensuite le contraire pour une raison quelconque ; lorsque des prêtres contestent la tradition liturgique de l'Eglise, alors l'apostasie s'établit : le détachement d'avec la pensée catholique. Paul VI avait envisagé que « cette pensée non catholique à l'intérieur du catholicisme devienne demain la plus forte. Mais elle ne représentera jamais la pensée de l'Eglise. Il faut que subsiste un petit troupeau, même si c'est un troupeau tout petit » (Conversation avec Jean Guitton, 9-IX-1977). »
 
Edward Pentin réitère sa demande : « Quelles sont donc les implications de l'anarchie doctrinale pour les âmes des fidèles et des ecclésiastiques ? »
 
Nicola Bux répond sous forme de mise en garde, montrant combien la question est important pour le salut éternel :
 
« L'Apôtre nous exhorte à être fidèles à la doctrine pure, certaine, et sûre : celle qui est fondée sur Jésus-Christ et non sur les opinions du monde (cf. Tite 1:7-11 ; 2:1-8). La persévérance dans l'enseignement et l'obéissance à la doctrine conduit les âmes vers le salut éternel. L'Eglise ne peut pas changer la foi et en même temps demander aux croyants d'y rester fidèle. Elle est au contraire intimement obligée de s'orienter vers la Parole de Dieu et vers la Tradition.
 
« Par conséquent, l'Eglise se souvient du jugement du Seigneur : « C'est pour un jugement que je suis venu dans ce monde, afin que ceux qui ne voient pas voient, et que ceux qui voient deviennent aveugles » (Jean, 9:39). N'oubliez pas que lorsqu'on est applaudi par le monde, cela signifie qu'on lui appartient. En réalité, le monde aime les siens et hait ce qui ne lui appartient pas (cf. Jean 15:19). Que l'Eglise catholique se souvienne toujours qu'elle n'est composée que de ceux qui se sont convertis au Christ sous la conduite du Saint Esprit ; tous les êtres humains lui sont ordonnés (cf. Lumen Gentium 13) mais ne font pas partie d'elle jusqu'à ce qu'ils sont convertis. »  

Une interview de Mgr Nicola Bux par Edward Pentin

  Edward Pentin demande, pour finir, comment ce problème peut être résolu.
 
Nicola Bux : « La question est celle-ci : quelle idée le pape a-t-il du ministère pétrinien, tel qu'il est décrit dans Lumen Gentium 18 et codifié dans le droit canonique ? Confronté à la confusion et à l'apostasie, le pape doit faire la distinction – comme l'avait faite Benoît XVI – entre ce qu'il pense et dit en tant que personne privée, érudite, et ce qu'il doit dire en tant que pape de l'Eglise catholique. Pour être clair : le pape peut exprimer ses idées en tant que personne privée érudite à propos des questions ouvertes qui ne sont pas définies par l'Eglise, mais il ne doit pas faire des affirmations hérétiques, même en privé. Autrement ce serait tout aussi hérétique.
 
« Je crois que le pape sait que tout croyant – qui connaît la regula fidei ou le dogme, qui fournit à chacun le critère pour savoir quelle est la foi de l'Eglise, ce que chacun doit croire et qui il faut écouter – peut voir s'il parle et œuvre de manière catholique, ou s'il est allé contre le sensus fidei de l'Eglise. Même un seul croyant peut l'appeler à prendre ses responsabilités. Ainsi, quiconque pense que le fait de présenter des dubia au pape n'est pas un signe d'obéissance, n'a pas compris, cinquante ans après Vatican II, la relation entre lui (le pape) et l'Eglise entière. L'obéissance au pape dépend seulement du fait qu'il est lié par la doctrine catholique, à la foi qu'il doit continûment professer devant l'Eglise.  

« Le pape doit faire une déclaration ou une profession de foi »

  « Nous sommes en pleine crise de la foi ! Par conséquent, afin d'arrêter les divisions en cours, le pape – tout comme Paul VI en 1967, confronté aux théories erronées qui circulaient peu après la conclusion du Concile – doit faire une déclaration ou une profession de foi, affirmant ce qui est catholique, et corrigeant les paroles et les actes ambigus et erronés – les siens et ceux des évêques – qui sont interprétés d'une manière non catholique.
 
« Sans quoi, il serait grotesque que tout en cherchant l'unité avec des chrétiens non catholiques et même une forme d'entente avec les non chrétiens, l'apostasie et la division soient favorisées à l'intérieur de l'Eglise catholique. Pour de nombreux catholiques, il est incroyable que le pape demande aux évêques de dialoguer avec ceux qui pensent différemment, mais qu'il ne veuille pas d'abord affronter les cardinaux qui sont ses principaux conseillers. Si le pape ne sauvegarde pas la doctrine, il ne peut imposer la discipline. Comme le disait Jean-Paul II, le pape doit toujours être converti, afin de pouvoir fortifier ses frères, selon les paroles du Christ à Pierre : « Et toi lorsque tu seras converti, affermis tes frères. » »  

Jeanne Smits

The Wanderer: Clerical error

The Wanderer: Clerical error

Clerical error

por Rubén Peretó Rivas


La insistencia de un buen amigo y el servicio de un Miguel Strogoff normando, me decidieron a leerlo, y lo hice de una sentada, a pesar de sus trescientas páginas. Se trata del libro de Robert Blair Kaiser, Clerical error (New York, 2003), una obra apabullante y aplastante por las revelaciones que contiene y, en mi caso particular, por la confirmación definitiva de muchas sospechas e intuiciones.

Sobre el autor puede conseguirse información en Internet. Digamos brevemente que fue un americano que ingresó a la Compañía de Jesús a comienzo de los '50, permaneció allí diez años, salió antes de ser ordenado, se casó y se convirtió en el periodista de la revista Time que cubrió las dos primeras sesiones del Concilio Vaticano II y que actuó como catalizador de todo el sector más furiosamente progresista de los obispos, periti y demás personajes que asistieron al Concilio. Propongo aquí una suerte de reseña o conclusiones personales sobre el libro:


1. Los primeros capítulos están dedicados a narrar bastante pormenorizadamente el decenio de su formación jesuita. Kaiser nunca renegó de ella y conservó durante toda su vida una buena relación con la Compañía, pero sus memorias permiten entender las grandes virtudes de esa formación y, también, sus grandes defectos. Entre las primeras, y más allá de que proveía de una formación clásica y científica de excelencia, imprimía en el alma de los jóvenes el telos, es decir, el fin de la vida del hombre que no es otro que la gloria de Dios y la salvación del alma. A pesar de todos los vaivenes de la vida del autor, y de todos lo que hemos pasado por una formación de ese estilo, el fin permanece marcado a fuego, y eso ya es mucho, porque vendrán las tormentas y crecerán los ríos, pero la luz en el fondo del túnel no se apaga.

Más también están los defectos, y el primer de ellos es la destrucción de la personalidad. El jesuita debe, o debía, ser un autómata (perinde ac cadaver, decía San Ignacio) que obedece ciegamente a sus superiores que se empeñarán en ordenarle aquello que contraríe más claramente su naturaleza, sus inclinaciones y su propia razón. El segundo es uno sobre el que se ha hablado en otras ocasiones en este blog, y que Kaiser lo dice exactamente igual: el ingreso en la vida religiosa conlleva que el joven sea freezado en su edad adolescente, y permanece en ese estado a lo largo de toda su vida, si no es que la vida misma lo baje de un sopapo. No hay maduración de la persona y nunca llegan a la vida adulta. 

A raíz de esto, se me ocurren dos breves corolarios: la Compañía de Jesús fue considerada en gran medida durante algunos siglos como el analogado principal de la formación religiosa y sacerdotal. De hecho, los seminarios del clero diocesano están (o estaban) calcados de la formación jesuita, pero no eran jesuitas. Por lo que allí se acentuaban más los defectos y apenas si aparecían las virtudes. Y, por otro lado, leyendo el libro de Kaiser se cae en la cuenta que nosotros tuvimos la gracia de un Castellani, pero la realidad es que Castellani podría haber aparecido en cualquier país con presencia jesuita. Los motivos que el Cura criticó y que le valieron la expulsión de la Compañía, son los mismos -exactamente los mismos-, que señala el autor en su libro.

2. Durante la primera y segunda sesión del Vaticano II, Kaiser y su mujer alquilaron un enorme piso en un barrio residencial de Roma donde recibían casi todos los días a seis u ocho padres conciliares, diplomáticos, periodistas, etc., de la facción más progresista, y los domingos por la noche daban una recepción a la que asistían ochenta personas de la misma línea [uno de ellos era el entonces Mons. Jorge Mejía, de argentina y triste memoria]. En esas reuniones se cocieron muchos de los guisos conciliares que aún estamos masticando trabajosamente. Era el momento de los comentarios, gossips, cordatas, y demás alianzas y estrategias que luego se llevaban al aula conciliar. 

Era también la ocasión en la que se armaban las operaciones de prensa para influir en los obispos. Kaiser fue quizás el periodista más importante y más involucrado en este campo, publicando un artículo semanal en la revista Time que poseía en ese momento una influencia global. Eran ellos los que de alguna manera marcaban línea, fijaban agenda y presionaban. Se entiende de este modo uno de los párrafos del incomprensible discurso que dio el Papa Benedicto XVI poco antes de retirarse, donde habla justamente del "Concilio de los Padres" y del "Concilio de los periodistas". La cuestión es que al Concilio de los periodistas lo alimentaron los Padres.

3. Otro aspecto que aparece en el libro es que el Papa Juan XXIII no era tan ingenuo como parece, y que sabía muy bien lo que quería. Más de una vez se ha dicho en este blog que convocar el Concilio fue un error debido a la ingenuidad del Papa Roncalli. Ahora no estoy tan de acuerdo. Lo que sí aparece claro es que la estructura de la Curia Romana, concretamente del Santo Oficio con el cardenal Ottaviani y Mons. Parente, no estaba preparada para enfrentarse a la marejada que se les vino encima. Si bien Kaiser intenta dibujar en su libro -como dibujaba en sus notas en Times- una imagen ridícula del pobre Ottaviani, la impresión final que le queda al lector es de una profunda pena por el sufrimiento de ese hombre que hizo lo que pudo para salvar a la Iglesia de la catástrofe. Pero hay que decir también que aparece la enorme torpeza y falta de astucia política del ala conservadora. Y pongo dos ejemplos: Kaiser escribió un libro sobre la primera sesión que apareció poco después que ésta finalizara. Por supuesto, muy progre y muy descalificador de los conservadores, que se vendió como pan caliente en todo el mundo anglosajón. Cuando llegó a Roma, el Santo Oficio no tuvo mejor idea que enviar emisarios a todas las librerías de la ciudad a pedirles que no vendieran el libro, lo cual hicieron e hicieron saber que lo hacían. El efecto inmediato fue que el libro se leyó hasta en las trattorias del Trastevere. 

Otro ejemplo: Kaiser consiguió finalmente una entrevista con el cardenal Ottaviani que sabía perfectamente quién era el periodista y cuál era la opinión que tenía sobre él. Pues bien, una de las declaraciones que le hace es la siguiente: "A pesar de que yo soy un Padre conciliar como los demás, yo estoy de alguna manera por encima del Concilio puesto que represento al Papa". Bien contextualizado, Ottaviani tenía razón: él actuaba en nombre del Papa como guardián de la doctrina católica y, en ese sentido, estaba por encima, en tanto "vigilante" de las declaraciones conciliares. Pero eso no se lo podía decir a Kaiser quien comenta en su libro: "I could hardly wait to tell my Council liberals that Ottaviani, their nemesis, considered himself above the entire Council" (p. 212).

4. El libro deja ver con claridad el deletereo papel que jugó la Compañía de Jesús en el Concilio. Buena parte de las jugadas más progresistas y dañinas para la fe fueron causadas por jesuitas y guisadas y sazonadas en las cocinas de la Gregoriana o del Biblicum, desde donde se tejía la red de influencias que la Compañía ejercía sobre todos los prelados del mundo. Creo que si Dante escribiese de nuevo la Divina Comedia pondría al Papa Pío VII en lo más profundo del infierno.

5. Finalmente, cuando se conocen con más detalle los entretelones y las pretensiones de los Padres Conciliares progresistas que terminaron modelando el Vaticano II según su medida, adquiere mayor valor la figura de Juan Pablo II que, tal como le achacan sus detractores, efectivamente impidió la aplicación de las medidas más dañinas y extremas del Concilio. Muchos creemos que podría haber hecho mucho más, y que en materia litúrgica no hizo nada, e hizo lo contrario de lo que yo hubiese querido. Pero lo cierto es que, si se aplicaba lo que los fautores conciliares habían tramado, hoy estaríamos en un escenario irreconocible, y mucho peor de lo que estamos.

Sin embargo, aparece claro que el propósito del autor al escribir su libro es el tema al que le dedica más de la mitad del mismo: desenmascarar a Malachi Martin. 

Leí Vaticano cuando tenía veinte años, y quedé fascinado. Rápidamente conseguí The Jesuits, pero apenas si pude pasar el primer capítulo. Después intenté con Hostage of the Devil: llegué a la mitad. Compré Windswept House cuando apenas apareció y cuando apenas comenzaba a existir Amazon. Leí tres capítulos y me aburrió. Lo intenté nuevamente cuando apareció su traducción al español (El último Papa): apenas si llegué al segundo. Había algo que no me convencía. Pues bien, Kaiser viene a develar el misterio de este personaje perverso, mentiroso y lujurioso que fue Malachi Martin. 

No es cuestión de abundar en detalles. Baste decir que este jesuita irlandés le birló la mujer a Kaiser, destruyó su matrimonio, lo hizo pasar por loco -y convenció a todos sus amigos en este sentido-, a fin de poder quedarse con su mujer a la que después abandonó. Y esto mismo hizo Martin con otras tres mujeres, según testimonia su hermano, también sacerdote. Poseedor de una inteligencia brillante, sembró información falsa entre los periodistas de Concilio a fin de favorecer las posiciones más progresistas y, según Kaiser, fue generosamente pagado por el American Jews Comitee a fin de hacer lobby con el objeto de que el Vaticano II emitiera un documento sobre los judíos, cosa que finalmente sucedió. 

Por supuesto, la Compañía lo protegió hasta último momento, a fin de "salvar su sacerdocio" (eso era lo que argüían), hasta que las irrefutables pruebas que logró conseguir Kaiser sobre sus comportamientos inmorales, obligaron a que fuera expulsado o, como eufemísticamente dijeron, "dispensado de sus votos de pobreza y obediencia pero no de castidad"... por lo que pasó sus últimos años -que fueron más de dos décadas-, viviendo en Manhattan protegido por la ex-mujer de un millonario griego, y escribiendo libros que lo convirtieron en una suerte de profeta y objeto de culto de los católicos conservadores. Un farsa. 


Madrid y el Gayismo

Madrid y el Gayismo

Madrid y el Gayismo

Escrito por P. Alfonso Gálvez. Publicado en Escritos del P. Alfonso

Desde el día 23 del presente mes de Junio, hasta el día 2 de Julio, El Movimiento Gay, que algunos conocen como Gayismo, celebra con todo fasto y extraordinaria pompa el Día Mundial del Orgullo Gay. La cual festividad, pese a su nombre necesita no de uno, sino de diez días para mostrarse. Seguramente porque el tal Orgullo, como sucede siempre con los Orgullos, es sobreabundante y extenso, como suele decirse en la frase corriente de rebosante de orgullo.

Efectivamente, el Gayismo tiene toda la razón. Pues los Orgullos, por definición necesitan mostrarse, ser admirados, envidiados y aplaudidos. Si el Orgullo no se manifestara con bombo y platillos, ¿de qué iba a estar orgulloso? Un Orgullo sin fanfarria se desinfla como un globo de plástico cuando se pincha. No tendría sentido si el Orgullo se quedara meramente para sí mismo, pues nada tiene en sí mismo para admirarse, sino que, de propia naturaleza, todo su oropel depende de los demás.

Y aquí es donde llega la primera pregunta, pues si nada tiene, ¿de qué se enorgullece? Ya hace tiempo que el Apóstol San Pablo, en un franco alarde de sentido común, había dicho a los Corintios en la Primera de las Cartas que les envió: ¿De qué te enorgulleces? ¿Qué tienes que no hayas recibido? Y si lo has recibido, ¿por qué te enorgulleces, como si no lo hubieras recibido? Pero el Gayismo será el primero en reclamar que no ha recibido nada de nadie, y de ahí la primera dificultad.

Claro que habrá quien diga, en contra de lo que se acaba de afirmar, que tiene perfecto sentido cuando alguien dice que está orgulloso de sí mismo. Pero, si bien se mira, eso mismo significa que alguien está orgulloso de poseer un valor superior que le viene de afuera: un héroe de guerra, un héroe de la investigación, un héroe en el servicio a los demás... De otro modo nada tiene de qué orgullecerse. En conclusión, el orgulloso necesita siempre dar razón acerca de qué es lo que lo orgullece, lo cual es siempre algo distinto de sí mismo.

Y aquí es donde comienza la segunda dificultad. Más grave que la primera, y que el Gayismo tendrá que solventar si acaso espera merecer crédito.

El Orgullo hace siempre referencia a la posesión de un valor superior. De otro modo, ¿en qué se fundamenta, como no sea en la nada? Pero el problema aparece desde el momento en que el Gayismo proclama que no existen valores superiores, como no sea el de sí mismo. Pero ya hemos demostrado que el orgullo de sí mismo, fundamentado en sí mismo y no en otra cosa, no es sino vacío y no tiene sentido.

Ya el hecho de no admitir valores superiores pone en graves dificultades al Gayismo. Pues unos hipotéticos valores inferiores, por definición no tienen otro sentido que el absurdo y carecen de significación. El valor no está en lo inferior, sino en lo superior.

El Gayismo no tiene otro camino, por lo tanto, que buscar algún valor superior del que orgullecerse. Sin embargo, ¿dónde está ese valor superior del cual hasta ahora no se ha dado ninguna razón ni señalado ningún lugar?

Para convencerse de que el Gayismo carece de cualquier valor del que orgullecerse, bastaría con requerirlo para que lo señalara: En concreto, ¿de qué valor superior se enorgullece?

A lo que el Gayismo responderá enseguida que se enorgullece de su homosexualidad. Aunque entonces tendrá que demostrar que la homosexualidad es superior a la heterosexualidad. No basta con procramarlo, por más que se haga a grandes voces, sino que hay que demostrarlo. Pero, ¿por qué copular una persona con otra del mismo sexo es algo superior, o siquiera de la misma categoría, que la copulación heterosexual? La unión sexual normal (una persona con otra del sexo contrario) no necesita demostración: posee un valor por sí misma que nadie va a cuestionar. Ahora falta por demostrar la bondad de la unión según la homosexualidad.

Hasta ahora el Gayismo no ha dicho, con respecto al tema, sino que es algo de lo que hay que estar orgullosos. Pero sin aportar argumento alguno que lo pruebe. ¿Habrá que darle a la farándula y al griterío el valor de pruebas?

Los enemigos del Gayismo, en cambio, han aportado multitud de argumentos contra la práctica de la homosexualidad. La voz de la misma naturaleza, que habla por sí sola y se opone a todo lo que se suele llamar contra–natura, la consideración de aberración vergonzosa con que la Humanidad ha reconocido al Gayismo desde siempre, la voz y los castigos de Dios plasmados en la Biblia, el inevitable ridículo que la homosexualidad desprende en muchas de sus situaciones... Al matrimonio de un hombre con otro hombre, por ejemplo, una Sociedad corrompida podrá adornarlo y hacerlo aparecer como quiera. Pero es imposible dejar de reconocer que es algo que parecerá inevitablemente ridículo para cualquier persona de sentido común. Como ocurría en el desfile del Rey desnudo, nadie decía nada, e incluso aplaudía, pero todo el mundo reconocía en su interior que el Rey se estaba exhibiendo en cueros y haciendo el payaso. Habría sido interesante que tales argumentos, entre muchos otros que suelen esgrimirse, hubieran sido desmontados por el Gayismo, cosa que hasta ahora no ha sucedido.

En el capítulo 19 del Libro del Génesis se habla de los históricos sucesos de las ciudades de Sodoma y Gomorra. La narración hace alusión a hechos que no dejan de llamar la atención con respecto al problema. Allí se dice que después de haber recibido Lot como huéspedes a los varones que habían llegado a su casa, los hombres de la ciudad, los habitantes de Sodoma rodearon la casa de Lot, jóvenes y viejos, todos sin excepción (19,4). Continúa la narración diciendo que llamaron a Lot para increparle: ¿Dónde están los hombres que han venido a tu casa esta noche? Sácanoslos para que los conozcamos (19,5). La Antigüedad tenía un sentido muy acabado de la hospitalidad. No es extraño que el Libro del Génesis hable del temor de Lot y de cómo trató de proteger a sus huéspedes, ofreciendo incluso a la turba de hombres que lo acosaban sus propias hijas, que eran vírgenes: Por favor, hermanos míos, no hagáis semejante maldad. Mirad, dos hijas tengo que no han conocido varón. Os las sacaré para que hagáis con ellas lo que os parezca. Pero no le hagáis nada a esos hombres, pues se han acogido bajo mi techo (19, 7–8). La respuesta de los hombres de Sodoma fue contundente: Quítate allá. Quien ha venido como extranjero, ¿va a querer gobernarnos ahora? Te trataremos a ti peor todavía que a ellos (19,9).

Sería de esperar aquí, y también de agradecer, un esfuerzo del Gayismo para justificar que la postura de los sodomitas era la correcta, dada la tremenda dificultad, después de leer la escena, que supondría dejar de pensar lo contrario. Se trataría de justificar el legítimo Orgullo de los varones de Sodoma ante la actitud adoptada por ellos, que es un trabajo que está por hacer.

A lo largo de los siglos se han hecho multitud de estudios e interpretaciones sobre este delicado pasaje del Génesis. Pero el sentir general de toda la Humanidad, con respecto a lo que se desprende de la narración, ha sido unánime hasta ahora. Por otra parte, el problema que se plantea aquí es mucho más delicado.

Sucede que, según la narración del Génesis, Dios tomó cartas en el asunto y arrasó las dos ciudades de Sodoma y Gomorra con fuego del cielo hasta reducirlas a cenizas. Y dado que la Historia tiende a repetirse, sería prudente de antemano descartar la posibilidad de que en este caso ocurra lo mismo. ¿Que no es posible que tal cosa suceda? Pero, ¿por qué...?

Y aquí entrará en liza el paganismo y el ateísmo con las conocidas razones de siempre. La Biblia es un libro de supersticiones, carece de veracidad histórica, la existencia de Dios es una creación del espíritu humano (los mismos católicos reconocen que Dios necesita de nosotros para existir) etc., etc.

Sin embargo, como se acaba de decir, el problema que se afronta aquí es sumamente grave. La tremenda realidad es que, así como el Cristianismo aporta multitud de pruebas, filosóficas, teológicas y hasta de sentido común, sobre la existencia de Dios, el paganismo, en cambio, jamás ha podido demostrar la no existencia de Dios. En cuanto al mundo de la Ciencia, todo indica que es favorable a la existencia de Dios. Con respecto a las teorías sobre la Creación, por ejemplo, la pugna entre las doctrinas del darwinismo y la del designio inteligente, ideologías y prejuicios aparte la razón está a favor de la última para cualquiera que piense con serenidad.

Que no es probable que vaya a producirse un castigo de Dios sobre el poderoso mundo del Gayismo, aceptado. Efectivamente, es posible que no se produzca.

Por el contrario, que cabe la posibilidad de que se produzca, también es posible. Se han aportado argumentos, siquiera sea a modo de resumen, a favor de esa conclusión. Consecuentemente en cambio, negar la posibilidad de que se produzca ese Castigo recabaría una serie de argumentos. Pero, ¿quién, y mediante qué principio de autoridad se atrevería a negar esa posibilidad?

Establecidas las premisas, fácilmente se llega a la conclusión de que residir en Madrid tal vez sea peligroso, por lo que pueda ocurrir. Ahora durante el decenio, tal vez después o en cualquier momento. Dios posee un perfecto dominio de los tiempos y conoce los momentos. Tal como el señor Rajoy, sólo que mucho mejor y con mejores resultados.

Establecidas las bases del problema, bien que someramente, cabe todavía preguntar: ¿Por qué el Gayismo celebra su Día Mundial precisamente en Madrid?

Y la respuesta, al menos en principio, no parece difícil. Madrid es una ciudad importante, no parece sufrir de momento los efectos del terrorismo, es centro fundamental del turismo, etc. Son razones que avanzan una posibilidad, efectivamente.

También existen otras razones, cuya posibilidad tampoco se puede negar. Dada la naturaleza del evento, España y Madrid concretamente ofrecen la cobertura suficiente de condiciones favorables (los enemigos del Gayismo hablarían aquí de la suficiente corrupción) para acoger la fasta Celebración. Además, la mentalidad de los españoles, y en particular la de los madrileños, está más que adormecida para mirar como algo digno de ser celebrado y exaltado lo que mucha gente, por el contrario, consideraría un pudridero de corrupción. Item más, porque las condiciones de la municipalidad madrileña son ya bastante conocidas en el mundo entero como para que nadie vaya a extrañarse de que acoja estos eventos. Pues siempre existen mentalidades estrechas que, por eso mismo, son incapaces de comprender las excelencias de una municipalidad selecta que ha realizado el milagro de convertir la Capital de España en algo por completo irreconocible. Y ya puestos en aportar razones, Madrid también está dotada en su gobierno de una serie de líderes, tanto en lo político como en lo municipal y sobre todo en lo religioso, que son ampliamente conocidos por su actitud de silencio y de serenidad, además de una amplia capacidad de paciencia, de eludir complicaciones y de saber evitar problemas, verdaderamente dignas de loa.

En suma, bienvenido a Madrid el Día Mundial del Gayismo. Se espera una avalancha de extranjeros, se han habilitado todas las plazas de alojamiento existentes en Madrid y se han anunciado unos festejos por todo lo alto. Queda invitado todo el mundo que posea espíritu abierto. Solamente se requiere el dinero necesario, grandes deseos de diversión..., y mucha valentía, por supuesto.