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mardi 21 février 2017

RORATE CÆLI: Conference on the Canonical Problem of the Deposition of Popes to be Held in Paris

http://rorate-caeli.blogspot.fr/2017/02/conference-on-canonical-problem-of.html?m=1

Rito Massonico nella Chiesa-Madre, il giorno in cui l'Inghilterra si consacra alla Vergine di Fatima - Blondet & Friends

Rito Massonico nella Chiesa-Madre, il giorno in cui l'Inghilterra si consacra alla Vergine di Fatima - Blondet & Friends

Rito Massonico nella Chiesa-Madre, il giorno in cui l'Inghilterra si consacra alla Vergine di Fatima

Un rito  massonico nella cattedrale anglicana di Canterbury è stato permesso dall'arcivescovo anglicano Justin Welby,  nello stesso giorno in cui, nella cattedrale cattolica di Westminster,   l'arcivescovo Nichols riconsacrava l'Inghilterra e il Galles al cuore Immacolato di Maria, nel centenario della apparizioni di Fatima (17  febbraio  1917. La liturgia è avvenuta davanti ad una statua della Vergine di Fatima, che è stata incoronata durante la cerimonia, alla presenza di quattromila fedeli commossi.

La folla nella cattedrale cattolica

La coincidenza non è sicuramente casuale. I massoni hanno chiesto ed ottenuto la cattedrale di Canterbury per  il trecentesimo anniversario della Gran Loggia di Londra,  dietro pagamento di 300 mila sterline,  donazione che l'arcivescovo ha accettato, dice, perché la  chiesa ha bisogno di riparazioni.  Canterbury, oggi  chiesa primaziale  anglicana, è stata la chiesa madre d'Inghilterra dal tempo della prima evangelizzazione dei sassoni – 597  dopo Cristo, quando  vi giunse  il missionario monaco Agostino inviato da Gregorio Magno,    fino al  1558,  data della morte dell'ultimo metropolita cattolico. L'attuale edificio,  in grandioso stile gotico-romanico,  che risale a poco dopo il 1170 , resta uno dei grandi monumenti del  Cristianesimo, anche perché vi è sepolto san Thomas Becket, ucciso  all'altare  della stessa  cattedrale  mentre diceva Messa il 29 dicembre 1170, da quattro gentiluomini che si ritenne mandati da  re Enrico II.

Il decano della cattedrale,  reverendissimo Robert Willis,   ha  presieduto   la "Liturgia massonica" (Masonic Service), ovviamente   era  presente, con  gli altri  gradi dell'Arte, Edward duca di Kent, primo cugino della regina, che è Gran  Maestro della Gran Loggia. Da sempre sono i duchi di Kent a  presiedere la Massoneria britannica, che è monarchica e legittimista, ed  è anche la più potente del mondo: è la Gran Loggia di Londra, infatti, a dare (o negare) la "regolarità"  iniziatica delle logge sorte nel mondo.

Il consenso dell'arcivescovo alla celebrazione massonica in chiesa  è stato criticato anche da ambienti anglicani.  Nel settembre scorso infatti una sentenza del cancelliere Tattersalò (del  Consiglio della Regina) aveva vietato ad una  famiglia che seppelliva un suo parente nella cattedrale, di far scolpire sulla tomba i  simboli della squadra e compasso, con la motivazione che gli epitaffi e i simboli  sulle tombe  "devono essere interamente compatibili con la fede cristiana".  E ha citato il documento finale di un sinodo anglicano del luglio 1987, in cui  si riconosceva che "alcuni cristiani trovano l'effetto dei rituali massonici inquietante, e certuni li sentono come positivamente maligni".  Il Sinodo obiettava all'uso, nei rituali, della parola Jahbulon come nome dell'Essere Supremo, "un amalgama di termini semitici, ebraici ed egizi".

Quanto  alla rete cattolica EWTN,  ha ricordato che fin dai primi eventi in Portogallo nel 1917,   forze  massoniche   hanno agito contro le apparizioni di Fatima  con eccezionale durezza, cercando di spegnere l'interesse della gente, e peggio.  Il  13 agosto 1917  la Signora aveva chiesto ai tre piccoli veggenti di tornare alla Cova da Iria, dove sarebbe apparsa loro per la quarta volta: non poterono perché il sindaco di Vilanova de Ourem, Arturo Oliveira Santos, con la scusa  di accompagnarli  alla Cova, invece li rapì, li gettò in prigione, li terrorizzò e torturò psicologicamente  ordinando loro, con le più tremende minacce, di riferirgli "Il segreto" che la Vergine aveva comunicato loro. Ebbene, Santos era un massone,  della logga di Leiria, e poi fondò un'altra loggia a Vila Nova De Ourem, la sua cittadina.  La loggia di Santarem – vicino a Fatima – divenne il punto di raccolta e  organizzazione degli attivisti che inscenarono azioni di ateismo militante contro le apparizioni e i fedeli che accorrevano a migliaia.  Energumeni delle due logge furono quelli che, nel settembre 1917,  distrussero il tempietto improvvisato che i fedeli avevano costruito sul luogo delle apparizioni.  Potenti ed occulti influssi massonici in Vaticano, che possono essere solo indovinati, si opposero alla consacrazione della Russia al Cuore Immacolato, che era stata chiesta dalla Vergine con la  promessa che la Russia si sarebbe convertita: Pio XII la fece poi nel 1952, "ai popoli della Russia", in modo incompleto  però,  senza chiedere ai vescovi di tutto il mondo di unirsi alla consacrazione e senza l'atto solenne di riparazione (come era stato richiesto).

Da allora non è più il caso di parlarne, nella gerarchia. Nel 1962, quando Giovanni XII aprì il Concilio,  volle dire il suo "assoluto"  dissenso da  certi  "profeti di  sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del  mondo":  secondo molti alludeva al Terzo Segreto di Fatima, e   alle sciagure che minacciava.  …

Già nel 1931 suor Lucia, la sola veggente sopravvissuta, comunicò al suo vescovo di aver ricevuto da Cristo il seguente messaggio: "Fai sapere ai miei ministri, dato che seguono l'esempio del Re di Francia nel ritardare l'esecuzione della mia domanda,  che lo seguiranno  nella disgrazia. Non sarà mai troppo tardi per ricorrere a Gesù e Maria".

L'allusione era al Re Sole, a  cui nel 1668 la veggente Marie Marguerite Alacoque, che aveva avuto la visione del Sacro Cuore di Gesù, aveva chiesto di porre quel simbolo – il Sacro Cuore appunto  – sugli stendardi regali. Luigi XIV non se ne diede  per inteso;  come predetto, la sua dinastia finì con Luigi XVI sotto la lama della ghigliottina. Le sciagure francesi non terminarono allora, come sappiamo. Solo nel 1871, un anno dopo la disfatta nella guerra franco-prussiana e dopo che Parigi era stata occupata dai soldati con l'elmo chiodato, l'Assemblea nazionale, repubblicana e (in gran parte) massonica,  pensò che dopotutto non ci si perdeva niente a costruire sopra Parigi una chiesa consacrata al Sacro Cuore. I fondi per "le  Sacré Coeur" sulla collina di Montmartre vennero da una spontanea sottoscrizione nazionale.

Oggi che Inghilterra e Galles sono stati riconsacrati al Cuore Immacolato di Maria, la Vergine di Fatima, la cerimonia massonica a Canterbury vuole sicuramente essere un "magico" inceppo  opposto alla benedizione.

Ma migliaia di cattolici inglesi si sono messi sotto la sua protezione recitando:

"Santissima Vergine Maria, tenera Madre degli uomini, per adempiere ai  desideri del Sacro Cuore di Gesù e alla richiesta del Vicario di tuo Figlio sulla terra, noi consacriamo e le nostre famiglie al vostro doloroso e Immacolato Cuore, o Regina dell'Altissimo Santo Rosario, e ci raccomandiamo a voi, noi,  il popolo tutto del nostro paese, e del mondo.

"Accetta la nostra consacrazione, carissima Madre,  e disponi di noi come Tu vuoi per compiere i tuoi disegni nel mondo.  O    cuore addolorato e immacolato  di Maria, Regina del Sacro Rosario, regina del mondo, regna su di noi insieme col  Sacro Cuore di Gesù Cristo nostro Re. Salvaci dal  diluvio del moderno paganesimo; accendi nei nostri cuori e nelle nostre  case l'amore per la purezza, la pratica della vita virtuosa, uno zelo ardente per  la salvezza delle anime, e il desiderio di pregare il Rosario con più fede".

E' interessante vedere  come un piccolo resto abbia sentito il bisogno  di  porsi sotto questo riparo  in vista dei tempi che stanno per venire; e come dall'altra parte si agisca dietro una non meno inspiegabile ispirazione.

Il Duca di Kent durante un rituale

samedi 18 février 2017

Exclusive interview with Bishop Schneider for Rorate Caeli and Adelante la Fe - YouTube

https://m.youtube.com/watch?v=MjKrDMZOb_k&ebc=ANyPxKqya_ot2vFIXGTWTx7uh4KdpDiP095SRstZLmrmyJVQhl2Dff2i9dnbj8klbl9iypd6T9wm

Cardinal Burke urges massive U.S. crowd to defend faith amid Church confusion | News | LifeSite

Cardinal Burke urges massive U.S. crowd to defend faith amid Church confusion | News | LifeSite

Cardinal Burke urges massive U.S. crowd to defend faith amid Church confusion

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Lisa Bourne / LifeSiteNews
Lisa Bourne Lisa Bourne Follow Lisa

LENEXA, Kansas, February 17, 2017 (LifeSiteNews) – The façade of Cardinal Raymond Burke as a boogeyman of tradition projected by his critics and the media was nowhere to be found last Friday when he gave his usual clear witness to the Catholic faith before an overflow crowd in the Kansas City area.

Cardinal Burke delivered a stirring, clear message on defending the Catholic faith amid the current confusion in the Church that was embraced with resounding gratitude by more than 1,500 who flocked to St. James Catholic Academy.

Many had come from various parts of Kansas and surrounding states to hear his talk entitled "The Challenges to the Defense of the Faith in Our Times" at the Kansas City region of the Knights of Malta's Defense of the Faith Lecture.

A faith leader in demand

Cardinal Burke's appearance for the Kansas City Knights of Malta was largely unpublicized in the midst of the tempest in Church hierarchy. Yet it took off on social media in the weeks leading up to the event, resulting in the extraordinarily high turnout, and thousands watching on Facebook Live.

"It really had a life of its own," said Dr. Paul Camarata, who is with the Kansas City Knights of Malta.

"We were thrilled with the response of the faithful to the event," Camarata said, "with over 1,500 in attendance Friday night and 4,500 watching online and with almost 10,000 views of the video total since on Facebook."

Camarata headed the Knights' committee overseeing the chapter's Defense of the Faith Lecture. He told LifeSiteNews that preparations began almost a year ago, but once word got out that Cardinal Burke was coming, interest escalated exponentially, all in a matter of a few weeks.

"Our committee considered several speakers who might be appropriate for the lecture," he stated. "However, we knew we had one of the most eminent defenders of the faith, who happened to have a very special role in the Order — Cardinal Burke, the Cardinal Patron of the Order. Who better to ask to give a Defense of the Faith talk than the Cardinal Patron of the Order!"

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Cardinal Raymond Burke speaks to an overflow crowd in Lexena, Kansas. Lisa Bourne / LifeSiteNews

Cardinal Burke's visit to give the lecture for the local Knights of Malta coincided with his celebrating the White Mass for the Kansas City Catholic Medical Association (CMA) and numerous other appearances over several days.

Camarata, who is also a member of the local CMA, had a hand in getting the cardinal to and from the various local events, and he said it was an amazing time for him personally.

"The outpouring of support was really amazing," Camarata told LifeSiteNews. "To see how many people love him and support what he's doing for the Church."

Camarata told LifeSiteNews that Knights and Dames in other regions of the order were incredibly impressed with the event and Cardinal Burke, and Camarata has received numerous messages from them about it.

"When we mentioned to local Knights and Dames the thought of inviting His Eminence, they were thrilled and excited to host him," he said. "In fact, we have received notices in advance, with virtually no marketing, from Knights, Dames, and other interested faithful that were coming from many neighboring states including Iowa, Nebraska, Arkansas, and Oklahoma, in addition to, of course, Kansas and Missouri."  

President of the Knights of Malta Federal Association, U.S.A. Margaret Melady and executive director Deacon Michael Stankewicz were in attendance for the lecture, as was the local ordinary Kansas City, Kansas, Archbishop Joseph Naumann.

"I even received an email from a Knight in Germany who found out about the event!" exclaimed Camarata. "There were Knights from Minnesota and Pennsylvania who expressed their wishes to be able to attend."

Our faith is in God

The cardinal took questions after his talk. In response to one, he said that despite the tremendous confusion in society and the Church, our faith must not be shaken and must remain fixed on Christ.

"Our faith does not depend on one person or another person," Cardinal Burke said. "We pray that those who are clergy and our fellow Catholics are strong and witnesses to Christ, but people fail. But that doesn't destroy our faith."

Asked what he would say to a convert who feels betrayed that what is written in the Catechism does not at times seem to be the belief system of clergy and laity today, the cardinal told those in attendance that Catholics have the testimony to the faith from the Catechism and the discipline of the Church in the Code of Canon Law.      

"There is no question we're living through a time in which there is a tremendous amount of confusion, not only in society, but also within the Church itself," he responded, saying he often encounters frustrated individuals who are beginning to question their Catholic faith.

This could be particularly difficult for those who have come into the Catholic Church, the cardinal said, because they saw in the Church fidelity to the truth of Christ handed down through the apostolic tradition. And his response is always that our faith does not depend on any one person. Although there's a great temptation to be discouraged because of the erroneous or confused statements by clergy or fellow Catholics, Cardinal Burke reminded the crowd that St. Paul encountered this in the first preaching of the faith.

"You always have people who think they know better than the Church, or who want to use the Church for some other purpose," he said.

"St. Paul was very strong. Even if an angel from heaven announced to you something different from what I've taught you or what you've been taught in the Church (he said), 'Anathema sit.' In other words, the angel is an anathema, is excommunicated."

"So that's what we have to keep in mind," Cardinal Burke continued. "Our faith is in our Lord Jesus Christ, who's alive in the living Tradition of the Church. "And He safeguards that through the apostolic tradition. We find that expressed in the Catechism and the Code of Canon Law for the discipline of the Church."

Educating in the faith and forming conscience

Asked in the Q&A whether an erroneous conscience leads to salvation, Cardinal Burke responded, "No in fact, it can't. It leads in fact to just the opposite."

And this is, as he had also pointed out in his lecture, why it's so important for Catholics to educate their children and young people, and to educate themselves.

If our consciences are not well formed according to the truth of Christ, he said, there is the danger so prevalent today of conscience being abstracted from objective truth.

Fundamental issues

Regarding voting for a pro-choice or a pro-abortion candidate, Cardinal Burke said Catholics need to look for is the candidate who is sound on fundamental issues.

"Human life, the family, religious freedom, freedom of education," he said. "Those are the fundamental issues. But the first has to be the safeguarding and protection of human life itself."

"We tend to abstract politics from our Christian faith, and that is really lethal," the cardinal continued. "Politics has to be informed — and as the Holy Father (Pope Benedict) said, purified and elevated — by our Christian faith. And that means also in the way we vote."

This response and other answers to questions garnered fervent applause in addition to a lengthy standing ovation at the end of the presentation.

Persevering in faith

Cardinal Burke's lecture in the Kansas City area came just before the former head of the Church's highest court was sent to Guam to preside over a Church trial investigating sexual abuse charges against Agana Archbishop Anthony Apuron.

It also follows weeks of turmoil within the highest levels of the Sovereign Military Order of the Knights of Malta and the Vatican, before Cardinal Burke being effectively sidelined as the cardinal patron of the order by Pope Francis.

The pope's appointment of a special delegate to the Knights of Malta is seen as rejoinder to the dubia submitted by Cardinal Burke and three other cardinals last November seeking clarification on the pope's Amoris Laetitia document.

Amoris Laetitia has created widespread confusion on whether the Church has abandoned its teaching on marriage and opened the door to those living in non-marital unions to receive Communion. The pope has remained silent on the issue.

Cardinal Burke referenced the Catechism, the Second Vatican Ecumenical Council and teachings from Popes Benedict XVI, Saint John Paul II and Paul VI in addressing the crisis of Christian culture, reason and faith related to objective moral principles. The cardinal also talked about holiness in a totally secularized world and the new evangelization, and holiness related to witnessing to the truth on human sexuality. And he spoke about "the critical service" of parents as primary educators of their children.

Response from the faithful

A number of Catholics present for the Defense of the Faith Lecture shared their reaction with LifeSiteNews.

"I liked it," said Jacob Villotti, of Garden City, Missouri, roughly 60 miles southeast of Lenexa. "His witness is unwavering, his fidelity to the faith, and the traditions of the Church."

Murphy Obershaw, a senior at St. James Academy, said she thought the talk was good, especially the cardinal's emphasis on prayer in daily life.

"It gave me something to think about" making more time for prayer, Obershaw told LifeSiteNews. "I thought that it was a good thing that he has this whole prayer campaign going on. I need to pray more often."

Jeremiah Martell, 19, of nearby Bonner Springs, Kansas, said, "He basically told us stuff I already knew, and just put it in a more concrete way."

"It was very impressive," stated Jeanette Inglin, 19, of DeSoto, Kansas, 15 miles west. "It gives us courage to go on, knowing that Cardinal Burke defends the faith. He's just very admirable. I liked it a lot."

Joe Meyers, 16, of Bucyrus, Kansas, said that even though he came with his parents, "I would have come anyway. I knew he was a pretty solid cardinal."

Camarata summed up the impact of the event.

"It will be hard to match the success of this event, which is just a testimony to how eager the Catholic faithful are to hear how to best live out our faith," he said.

The entire lecture can be found here.

vendredi 17 février 2017

Acerca de la solemnidad: una cuestión esencial

http://etvoila.com.ar/traduccion.php?id=40


La solemnidad,cuestión esencial                            Página 3 de 24

 

 

por Peter Kwasniewski

 

Una monja dominica, Sor Becker O.P., ha identificado lo que ella cree que es una de las principales causas de las tensiones litúrgicas que hay en la Iglesia de hoy:

Me parece a mí que, a partir de la reforma implementada por el Concilio Vaticano II, la mayor parte de las desaveniencias en materia litúrgica tienen que ver, de una manera u otra, con la cuestión de la solemnidad… O porque los argumentos resultan excesivos, o porque no son suficientemente sólidos, o porque resulta necesaria una nueva inteligencia acerca de hasta qué punto resulta necesaria la solemnidad en la liturgia, esta cuestión ha estado en el corazón de la controversia. 

Ahora bien, uno podría quizás preguntarse si acaso puede darse el caso de una “excesiva” solemnidad. También uno podría preguntarse si durante las últimas décadas—si acaso los comités parroquiales que han autocráticamente determinado cómo sería la vida litúrgica de los feligreses, si alguna vez se preguntaron siquiera por este asunto, si alguna vez se han planteado la cuestión de la solemnidad.

Y el hecho es que la diferencia entre la buena liturgia y la mala liturgia, según ha pensado siempre la Iglesia, a menudo pasa por la diferencia que hay entre un culto que es solemne, formal y devoto y otro que resulta desprolijo y superficial, celebrado con un aire decididamente casual. De modo que me empiezo a preguntar: ¿por qué la liturgia contemporánea, tal como se celebra en las iglesias de todo el mundo, generalmente se muestra tan deficiente en lo que podríamos llamar “solemnidad”?

Al principio, me preguntaba si esta deficiencia no sería propia de la forma ordinaria del rito romano de la misa, el rito del misal de Paulo VI. Pero mis felices memorias de las liturgias del Oratorio en las que se decía esa misma misa con esplendor y gravitas me obligó a tener que reconocer que el problema no pasaba por ahí—o por lo menos, que no era esa exclusivamente la razón de la falta de solemnidad—por más que ese ritual deje mucho que desear. Porque, de una parte, hay que reconocer que no es imposible celebrar el rito romano moderno de manera que se manifieste visiblementeen continuidad con el ritual precedente, tal como lo he mencionado en el caso de los Oratorianos; ahora, de otra parte, hay muchas maneras en que el misal de Paulo VI no alienta ni exige solemnidad en la celebración contrariamente al misal tradicional que la pide a cada paso. 

Entre otras razones por las cuales hay sacerdotes hoy en día que se niegan a aprender la Misa de San Pío V, seguramente habrá que incluir que ese rito les resulta demasiada preciso y exigente en sus rúbricas sobre qué decir, cómo decirlo, cuáles las posturas indicadas y qué gestos corresponden.

A medida que reflexionaba sobre todo esto, me parecía más y más que la falta de solemnidad es un problema de los fieles y de sus pastores. Y su causa reside en lo que yo llamaría una “mala actitud”. Esta actitud puede caracterizarse diciendo que hay como una vergüenza (que Dios nos ayude) y un aburrimiento con la idea misma de solemnidad, una actitud que se niega a tratar ninguna cosa con absoluta reverencia—el tipo de reverencia que se desprende de la música de los ángeles o de una silenciosa contemplación. El resultado, ¡ay!, es más y más “ausencia”, más falta, de solemnidad: y desemboca en negligencia y menosprecio respecto de la solemnidad exigida por el misterio eucarístico. Aun cuando podría celebrarse correctamente, la forma ordinaria del rito romano raramente se realiza con un espíritu de absoluta solemnidad a diferencia de lo que sucede con el rito extraordinario que no se puede celebrar sin un mínimo de sagrada dignidad que constituye su nota distintiva. 

Una misa solemne cantada ilustra mi argumento con especial fuerza, aunque una misa privada celebrada fervorosamente por un monje no le va en zaga, como puede apreciar quien haya tenido el privilegio de asistir a una misa así. Inmerso en la rica cultura litúrgica del siglo XIII en Europa, Santo Tomás de Aquino podía afirmar tranquilamente: 

Porque el misterio entero de nuestra salvaciónestá comprendido por este sacramento [de la Eucaristía], se lo celebra con mayor solemnidad que los otros sacramentos.  

Se sobreentiende que todos los sacramentos se celebraban (y así debía ser) solemnemente. La defunción de la solemnidad—atestiguada por la prosaica música de las misas celebradas en lengua vernácula, el modo en que los sacerdotes y asistentes se visten y sus posturas relajadas, la instalación de una torpe mesa funcionando como un altar dado vuelta, los saludos de la paz, etc.,—subrayan una falta de fe, una falta de confianza, una falta de responsabilidad y de autoridad espiritual. El sacerdote ya no confía en su rol como maestro, gobernante y santificador sub et cum Christo. Semejante crisis de confianza refleja una pérdida más general de fe en el sublime ministerio del sacerdote que actúa in persona Christi, que representa al Eterno y Altísimo Sacerdote. La pérdida de solemnidad puede rastrearse directamente hasta la pérdida de fe en la Presencia Real, en la naturaleza sacrificial de la misa y en la autoridad espiritual del ministerio sacerdotal. Todo esto está íntimamente conectado con una actitud absolutamente indiferente hacia las cosas divinas, lo que, a su vez, genera precisamente el efecto de que no parezcan divinas a nuestros ojos, por más que lo sigan siendo. Se debilita el sentido de la gravedad de todo esto y se socava la solemnidad que por el contrario le resulta natural al sacerdote que humilde y confiadamente celebra los sagrados misterios de Dios. 

El temor al ritual

Uno de los muchos errores que han envenenado la reforma litúrgica ha sido el desdén por el rito, cosa que procede de una perspectiva según la cual el ritual aleja a la gente, impide que el sacerdote “esté en contacto” con la gente. El nuevo misal ha sido “desritualizado”, o por lo menos permite e incluso alienta al sacerdote a que desritualice la misa inyectándole afirmaciones extemporáneas, a que se comporte de una manera casual, y a que invite a que asciendan al santuario a numerosos laicos vestidos de cualquier manera, lo que resulta absolutamente contrario al espíritu del rito o del culto divino. En el libro de Thomas Day, Why Catholics Can’t Sing (Por qué los católicos no pueden cantar), se encuentra una descripción hilarante (y aparentemente real) de las liturgias esquizofrénicas que se generan con las rúbricas actuales, junto con la escasa formación del sacerdote: el resultado es la celebración de una ceremonia ritual hecha por gente que actúa como si la ceremonia careciese de ritual. El sacerdote, revestido según manda el rito, avanza por la nave central tarareando un himno. Llega al altar. Se da vuelta. Ajusta su micrófono. Mira hacia la congregación. Sonríe para luego decir una banalidad total: “¡Buenos días, todo el mundo!”. Vuelve al ritual. “En el nombre del Padre…”. Vuelve al cotorreo: “Hoy recordamos que estamos tratando de mejorar pero que aun así tropezamos muchas veces, de manera que acudimos al Señor pidiéndole misericordia.” De nuevo al ritual: “Señor, ten piedad.” Y así andamos de un lado para el otro, hasta que por fin despide a la congregación con un “¡Tengan todos ustedes un buen día!”. 

Durante mucho tiempo me pareció extraño que tan pocos cayeran en la cuenta de la absoluta inconsistencia entre el ritual y los comportamientos de la vida ordinaria, pero a medida que empecé a calibrar hasta qué punto la modernidad lo había embromado todo, cada vez veía con más claridad cómo nuestra época ha engendrado una sociedad señaladamente anti-ritualista y anti-religiosa. Cualquier cosa que exceda la confortable zona de los banales diálogos de todos los días acerca de los negocios o del placer, constituye algo bizarro, peligroso y amenazador, y la gente evita esa región tan disímil lo más que puede. La liturgia católica, que concierne todo lo que es sacro, que tanto tiene que ver con lo numinoso, lo misterioso, está diametralmente opuesta a la mentalidad occidental del “mercado de las ideas”; va de lleno contra el ubicuo estilo de vida moderno y su indulgente materialismo. Cualquier liturgia tradicional en la que los ojos y las almas se concentran sobre cosas elevadas, cosas más altas y más lejanas, constituye una seria amenaza al triunfo del egoísmo que el gobierno, los sistemas educativos y el sector privado se empeñan tanto en imponer sobre nuestros pueblos y hogares. Nunca antes había apreciado tanto aquella consigna: “Salven a la liturgia, salven al mundo”.  

En esto deberíamos mostrarnos perfectamente claros: en los tiempos modernos ha habido una guerra contra el sentido del martirio, esto es, creer en verdades absolutas por las cuales vale la pena morir, por las cuales vale la pena perderlo todo. Uno de los objetivos principales de Jean-Paul Sartre fue el de convencer a sus lectores de que no existía ninguna “verdad” que servir, adorar e incluso dar la vida, o, dicho de otro modo, que la única razón de vivir era la de servir la “verdad” de uno mismo. La guerra contra un sentido último, trascendente, también ha sido la obra de la horizontalización y secularización de la liturgia. En muchos casos, las celebraciones litúrgicas ya no están intensamente enfocadas en Dios y absorbidas por las realidades espirituales—ángeles y santos, gracia, pecado, cielo, infierno. La adhesión a una verdad espiritual impilica un martirio del ego carnal: si uno cree realmente en las verdades trascendentes de la fe, uno debe entonces crucificar “la carne”, que en este caso significa la tendencia del hombre a abaratar las cosas, a mostrarse negligente, a olvidar o tratar ligeramente los dogmas y rituales de la fe. Vale la pena morir por cada una de las frases de la misa tradicional, puesto que cada frase nos trae (y nos lleva hacia) Cristo, el Señor. Ni bien uno las mira como una construcción meramente humana pasible de retoques, que admite una ingeniería social, se ha abandonado la posición martirial hacia la tradición y la verdad que ha sido la nota distintiva de todos los santos de nuestra santa Iglesia. ¿Pueden por un solo momento imaginarse a San Agustín, a Santo Tomás de Aquino, a San Francisco de Sales, o al P. Pío de Pietrelcina, embromando con los textos de la misa, o sentados en una reunión de comité que incluye en su agenda la creación de nuevas plegarias eucarísticas? (Como lo quiere el dicho, “Dios amó tanto al mundo que no le envió un comité”). Los santos aceptaron con corazones agradecidos aquello que les fue legado y lo usaron para santificar sus vidas. Estaban dispuestos a explicar y defender las oraciones y prácticas de sus antepasados, aun si eso implicara padecer tortura y muerte a manos de infieles y herejes.

A veces me sorprendo pensando sobre el Consiliumal que Paulo VI encomendó la revisión de la misa, o al equipo original del ICEL (International Commission on English in the Liturgy, Comisión Internacional de la liturgia en lengua inglesa) que nos entregó una caricatura en lugar de una traducción. ¿Cuáles eran sus credenciales espirituales—no me refiero a sus antecedentes académicos, ni a sus disparatadas andanadas pseudo-científicas, ni a sus convenientes conexiones curialespara emprender tareas tan delicadas, exigentes, y terriblemente graves como las de “reformar” y luego “traducir” la liturgia de la Iglesia Católica? ¿A alguien se le ocurrió preguntar eso? Desde luego, sé perfectamente que a lo largo de los siglos han existido comisiones designadas por los Papas con el fin de evaluar, investigar, restaurar o agregar cosas litúrgicas. Mi argumento aquí no niega eso, ni que no fueran necesarias cosas así. Más bien, lo que quiero señalar es que se requiere una mínima formación, ciertos títulos, para los que se atreven a sentarse en una comisión de esas. Y me parece que resulta imposible negar que como mínimo se queriere un profundo respeto y reverencia por la tradición, a punto tal que se cortarían la mano antes que falsificar o corromper el legado que hemos recibido. Y sin embargo, tal como lo revelan las Notitiae o informaciones oficiales junto con otros documentos como las memorias de Bugnini, este espíritu de veneración brillaba por su escandalosa ausencia entre los que integraban el Consilium, aquel cuerpo de teólogos a quienes se les había encomendado revisar los libros litúrgicos del ritual romano. A mi entender, el ejemplo más ignominioso de esto, es la respuesta que se publicó en Notitiae a una pregunta que se había hecho sobre cuál había sido la razón para suprimir las antiguas oraciones del Ofertorio. El Consilium, en síntesis, dijo que las oraciones del ofertorios resultaban redundantes e innecesarias, puesto que sóloy aquí se daba a entender que esas oraciones eran superfluas cuando no directamente equivocadas—anticipan la acción sacrificial que tiene lugar después. Con una petulante respuestacomo esta, se da de mano con el culto y la teología de siglos enteros, como si nadie hubiera entendido nunca el ofertorio hasta que llegaron los iluminados gurúes del Consilium para explicarlo. 

Toda su vida Jean-Paul Sartre guerreó contra la creencia de que algunas cosas pueden ser tan buenas, tan verdaderas, tan valiosas, que uno debía abrazar su causa y defenderlas con absoluta seriedad y entrega. ¿Y bien? Esta es una descripción precisa de lo que la antigua liturgia hacía en lo que concierne a los divinos misterios: los abrazaba y defendía con empeño absoluto, con solemnidad y entrega total. 

Música y cálices dignos de la Casa de Dios

Considerad dos casos de estudio: el canto gregoriano y los cálices hermosos. 

El canto gregoriano fue expulsado de la iglesias no porque fuera en latín (pues las melodías podrían haberse adaptado a lenguas vernáculas), sino porque no era música “feliz”, no es “divertida” como la música folk o popular. El canto llano no es para almas satisfechas sino para almas monásticas sedientas de Dios—el tipo de alma monástica que se le pide a todo cristiano, según su modo de vida. El canto llano presupone una fundamental seriedad de alma, y alienta este estado de ánimo más y más hasta que se llega a lo que los místicos llaman “sobria borrachera”, sobria inebrietas. Alguien inmerso en el canto gregoriano de hecho comienza a percibir al mundo que lo rodea de un modo totalmente diferente—con los ojos de la fe, con disposición contemplativa, penetración y serenidad. El canto llano constituye un poderoso agente de cambio espiritual y maduración: impregna el alma con un intenso deseo espiritual de Dios, un deseo encarnado y expresado en cada melodía que refleja innombrables matices, corrientes sutiles, del alma humana. ¡Cuán maduros tienen que haber sido sus anónimos compositores, cuán fuertes y encumbradas sus aspiraciones hacia Dios condensadas en estas maravillosas y diversas y graciosas melodías!

Una mañana, cantando los propios para el Común de los Doctores me sentí especialmente conmovido por su belleza, su dulzura, sus vestigios de melancolía—como si se expresara musicalmente lo que capta la Salve Regina con palabras: una mezca de amor, confianza y gozo aunadas a un deseo inexpresable, a una pena indecible, a lágrimas. Sí, esto es lo que la música puede lograr: que con el tiempo los que cantan o escuchan esto llegan a madurar en su fe, lo que significa convertirse en contemplativos que saben cómo sufrir y cómo gozarse en el Señor. Con medios bastante diferentes, el canto bizantino logra igual efecto. Pero en notable contraste, la música litúrgica contemporánea, con sus letras sentimentales y pueriles, sus melodías sensibleras, su estidentes acompañamientos, no sólo resulta incapaz de producir una madurez espiritual, sino que positivamente daña el alma cristiana al empañar la claridad del intelecto, al disminuir su sentido de la belleza, atrapando a la voluntad en el laberinto de los sentimientos y creando disposiciones contrarias al amor a la soledad y al silencio. Brevemente, no podría engendrar ni sustentar a una comunidad monástica dedicada a una vida de ferviente meditación y contemplación. Eso sólo constituye razón suficiente para “expulsarla del santuario del templo”, como dicen poéticamente los Papas. No es saludable para gente que dedica su vida a Dios, no es saludable para ninguno de nosotros, puesto que se supone que somos un pueblo sacerdotal. 

Recordé todo esto de manera harto enfática por razón de una experiencia bizarra que tuve en una capilla de una universidad austríaca en la que estaba enseñando. En la iglesia gótica barroquificada había una capilla construida en una planta alta sobre otra capilla en la planta baja, de tal manera que ocasionalmente dos liturgias podían ocurrir simultáneamente. Aquel día, los que estábamos en la capilla superior donde se celebraba la misa tridentina cantando las antiguas melodías del canto gregoriano fuimos sorprendidos repentinamente por los sonidos cacofónicos de jóvenes cantando en la capilla inferior canciones “de misa” de las últimas décadas. Fue un retrato vívido de los contrastes: una manera de rendir culto de la forma tradicional, noble, discreta, reverente, traducida en mélodicos términos latinos, y por otra parte, una manera moderna de rendir cultohiperactiva, monótona, estrepitosa, sin mesura, sin belleza ni dignidad. 

En cuanto a los vasos sagrados, nunca olvidaré la homilía de un cura suizo, predicando acerca del regalo de oro traído por uno de los Magos, en el que dijo: 

Si no le damos lo mejor que tenemos a Dios, es porque en realidad no creemos en Él para nada. Si tenemos oro, que es precioso, y caro, y hermoso, hemos de usarlo para su glorificación; si hacemos vasos sagrados con madera, o vidrio, o arcilla, de hecho lo que estamos predicando acerca de Él es que no creemos que Él es super-excelente, más allá de todo lo que le podamos dar, que no creemos que estamos obligados a darle lo mejor de las cosas de que disponemos, incluso (o especialmente) cuando duele el bolsillo. Hemos recortado a Dios a nuestra medida y le hemos dedicado un presupuesto reducido, como el que asignamos para los gastos de la cocina en casa; creemos en Él débilmente, o quizás para nada.

Esta homilía me resultó memorable no sólo porque nunca había oído a un sacerdote decir cosa parecida—exponer venerables tradiciones de la Iglesia Católica, no pareciera ser cosa con la que podemos contar en las homilías habituales de nuestros días—sino también porque me ayudó a entender por qué los cristianos siempre han tratado de darle a Dios lo mejor de lo mejor. Esta especie de perseverancia produjo el sublime arte y arquitectura de la Edad Media, al lado de las cuales sus equivalentes modernos parecen, en general, triviales y groseros. No se puede exagerar la importancia, para el ethostodo de la liturgia, de que los vasos sagrados han de aparecer valiosos (y eso en grado máximo posible) por razón de los misterios que contienen. La elevación de la Víctima Consagrada constituye el pináculo del extensísimo himno que la humanidad y toda la creación le ofrece a Dios; es el momento en que la oculta realidad sobrenatural de los dones debieran encontrar su epifanía en la belleza externa del cáliz y de los otros vasos sagrados sobre el altar, y ciertamente también en la belleza del santuario y de la iglesia toda. Del santo cura de Ars, San Juan Vianney, que usaba ropa harapienta, dormía en el suelo y subsistía a fuerza de papas, leemos: 

Cuando era cuestión de los objetos destinados al culto divino, no podía dar con algo que encontrara lo bastante bello… Su gozo era indecible cuando recibió del Vizconde de Ars un magnífico baldaquín, casullas soberbias, estandartes, una gran custodia tallada en plata, un tabernáculo de cobre bañado en oro, unos hermosos candelabros y seis relicarios.

Jesús nació en un humilde estable y fue colocado en un pesebre, es cierto. Pero los hombres sabios no le trajeron paja, tierra y bosta: le trajeron los costosos y reales dones de oro, incienso y mirra. El modo en que Nuestro Señor nació puso en evidencia su humildad, que desdeñaba la pompa terrenal; el modo en que los tres reyes lo adoraron ponía en evidencia su humildad, que se empeñaba en buscar lo mejor que podían ofrecer, conociendo en su sabiduría que se quedaban muy cortos. No corresponde que nos comportemos como si nosotrosfuéramos Jesús venido al mundo y así crear iglesias que parezcan graneros o establos o cuevas para que se nos reciba. Nuestra incumbencia es la de juntarnos con los Reyes Magos y los pastores para acudir al llamado divino que nos excede de todas las formas. Respondiendo con fe, hemos de darle al Verbo-hecho-hombre todo cuanto podamos. Lo mismo se puede decir de la música sagrada. El hombre moderno no es esencialmente diferente del hombre de cualquier tiempo, y por tanto no hay excusas para justificar la producción de engendros visuales y sonidos indecorosos. Semejantes cosas indignas no es lo que la mayoría de nuestros contemporáneos querría, si se les ofreciese la posibilidad de elegir; por cierto no es lo que ninguno de ellos necesita. 

Por más que Nuestros Señor al principio apareció sobre la tierra en un humilde pesebre, escondido y pobre, la liturgia sagrada no consiste en un viaje en el tiempo a Belén, año 4 D.C. más o menos. La misa es una imagen viviente o un retrato eficaz del culto perfecto ofrecido por Jesucristo como Cabeza de la Iglesia—el cordero inocente sacrificado en el Calvario, ahora reinando en la Jerusalén Celestial—de manera que hace presente en medio de todos nosotros al Salvador glorificado cuya segunda venida no será en callada pobreza sino con un esplendor que sacudirá los cimientos de la tierra. Por esta razón el instinto de nuestra fe siempre ha intentado maximizar la belleza de la liturgia y sus distintos accesorios que decoran el ambiente en que tiene lugar, más empeñados en la espera del que ha de venir que recordando lo que ha ocurrido. Desde este punto de vista, el clamor de los liturgistas que quieren volver a una “sencillez” evangélica o apostólica, son los verdaderos culpables del delito de “nostalgia”, no los fieles que desean el rito romano tradicional. Ellos son los que “retroceden el reloj de la historia”, nosotros somos los verdaderos progresistas. Es la diferencia entre arqueología y escatología. De hecho, la ironía es más grande aun: una de las costumbres litúrgicas más viejas de todas, una que ha sobrevivido a la largo de todos los tiempos y de todas las culturas hasta que se topó con la hybris del mundo occidental moderno, es la de celebrar ad orientem, cuando le rezamos a Cristo, la luz verdadera que ilumina a todo hombre (cf. Jn. I:9). Al hacer que el sacerdote le de la espalda al Sol de Justicia y rece versus populumcerrando un círculo, como si él fuera la luz que viene, estos abogados del nuevo estilo litúrgico de hecho menospreciaron un simbolismo universal dando de mano con una de las poquísimas costumbres de las que podemos estar enteramente ciertos que se practicaban en la iglesia primitiva.

Una vez más, aquellos que defienden la Tradición se encuentran con que, en efecto, son más capaces que sus adversarios de preservar lo que estos dicen valorar más—en este caso, la antigüedad. 

Una espiritualidad informal

Uno podría formular el problema que estamos diagnosticando de este modo. Como dice San León Magno, quien abandona el deseo de progresar corre el riesgo de retroceder. San Bernardo de Claraval dice algo parecido: detenerse en el camino hacia Dios equivale a retroceder en la vida interior. Todos corremos el riesgo de aflojar, de relajarnos, de volvernos displicentes. En la vida espiritual no hay vacaciones, aunque a nosotros todos nos gusta pensar que podría haberlas y la tentación de tomárselas de todos modos, es fuerte. Y eso implica negar a Dios, que es un fuego depurador y un carbón encendido, siempre cerca y dispuesto a transformarnos con tal de que nos rindamos ante Él. Siendo las cosas así, no hay manera de subestimar el peligro de una espiritualidad informal tal como la que se alimenta con el típico modo de celebrar la misa según el rito Ordinario en la mayoría de las parroquias.  Se trata de una informalidad representada por el modo casual en que laicos y mujeres acceden al santuario para leer o distribuir la comunión, la débil medio-elevación de la Eucaristía, por no mencionar muchos otros signos de una fe superficial o ausente en la Presencia Real, la dominante sensación de que estamos en una reunión informal, el “signo de la paz”, la falta de silencio antes o incluso después de la misa; la frivolidad verbal con que se quiere hacer de Dios un pequeños y tímido objeto al que se puede conjurar y controlar, listo para una relación en el mejor de los casos de igual a igual. Dios es convertido en “uno de nosotros” de una manera enteramente errónea. El Cristo de las parroquias de hoy es un hombre, sí señor, pero sólo un hombre. Como se ha observado más de una vez, la redacción del Nuevo Misal parece reflejar una concepción prácticamente arriana. 

Contrasten todo esto con la reverencia que se muestra hacia el Evangelio o al santuario en el rito antiguo, las magníficas oraciones del Ofertorio, el elaborado ritual del incienso, los prefacios de estilo Atanasio dedicados a la Santísima Trinidad cantados de forma solemne, el canon romano con su multitud de señales de la cruz y las reverentes elevaciones de la forma y el cáliz—por no mencionar las preparaciones del sacerdotes y de la grey: losAsperges, las oraciones al pie del altar, el Lavaboacompañado con el rezo de un salmo. Mediante estas acciones ceremoniales el hombre reconoce la supremacía de Dios y su misterio trascendente, le suplica que se le permita rendirle culto, le suplica que se lo haga digno de participar en el sacrificio que el Hijo, con su naturaleza humana, le ofrece a la Santísima Trinidad. La liturgia tradicional refleja no sólo una teología acertada sino también una antropología que también lo es. La antropología encarnada en el rito antiguo, con su panoplia de costumbres y leyes, es extática, vertical y sumisa hacia Dios, como en dignum et justum; en cambio la que se encuentra encarnada en el rito nuevo, debido a la inculturación del mundo occidental contemporáneo, es racionalista, inmanentista, horizontal y dominador, sometiendo lo sagrado a un canon humanista de “comunidad”. El rito romano antiguo, majestuoso y hierático, rinde alabanza y homenaje al Señor Crucificado, arrojando la Paradoja Infinita directamente a los ojos de quien lo ve, los oídos para oírlo. ¿Acaso la forma ordinaria lo hace igualmente bien?

Muchas de las oraciones y de los rituales del Novus Ordo se muestran deficientes en relación al sacrificio que está ocurriendo; se muestran como disyuntivos en relación a lo que está pasando. La forma y el contenido de la liturgia se muestran como inconsistentes entre sí, de tal modo que lo que creo que está sucediendo—siendo que mi fe ha sido formada por las enseñanzas tanto de Trento como de Vaticano II acerca del santo sacrificio de la misa—se ve pobremente representada por la forma del Novus Ordo que funciona con una fracción de la claridad y profundidad con que eso se pone de manifiesto en el caso del rito antiguo. En el rito antiguo forma y contenido se muestran unidos, se muestran simbióticos para decirlo de alguna manera. La liturgia antigua, con sus conmovedores símbolos e innumerables sutilezas, constituye un prolongado cortejo del alma, seduciendo y alentándola hacia arriba, guiándola por el camino que conduce a un desposorio místico, la fiesta nupcial del cielo.

Una vez tuve el privilegio de escuchar a un obispo ucraniano del Rito Bizantino hablar sobre un tipo de madurez que se requiere de un hombre y de una mujer si han de abrigar la esperanza de convertirse en esposos “exitosos”. Dijo que se trataba de la capacidad de sacrificarse por amor, y que ningún matrimonio podía fallar si ambos cónyugues contaban con esa virtud. Y luego notó, como de paso, que la Divina Liturgia no debiese verse como algo para sacarse de encima cuanto antes, sino más bien como el locus mismo donde despiertan y resultan alentados el amor de Dios y el amor del prójimo—y eso, no mediante un intento superficial de mostrarnos amicales, sino mediante la solemnidad y significación del ritual mismo, que imprime en el alma la lección de caridad que Cristo vino a enseñarnos, tanto de palabra como por su ejemplo. Este obispo estaba convencido de que la crisis del matrimonio era a resultas de la falta de madurez espiritual, falta de seriedad moral y compromiso y que todo eso se veía reflejado en la crisis de la liturgia toda, el resultado de esasmismas deficiencias. De igual modo estaba convencido de que el amor conyugal y la vida familiar sólo podía volver a fortalecerse si los cónyuges se lanzaban vigorosamente a un culto litúrgico formal. Cuando la gente se ve atraída profundamente por lo misterios de la fe en una liturgia decorosa, los antagonismos rutinarios comienzan a desaparecer porque los adoradores se ven conducidos hacia una realidad más fundamental que sus propias existencias. 

Si no os convertís y hacéis como niños

La crisis de vocaciones de la iglesia post-conciliar se relaciona inmediata o mediatamente con el desmantelamiento y la banalización de la liturgia—esto se hace más y más claro con el paso del tiempo. ¿Por qué será que en esta materia las órdenes y sociedades de vida apostólica florecen y están en auge? Pareciera que el deseo del corazón humano por alcanzar un significado y propósito trascendente para su vida, por un cierto gusto de perfección y santidad, no ha sido satisfecho por la Forma Ordinaria del rito romano. El problema con la nueva forma de la misa puede formularse bastante sencillamente: ni cuenta con el silencio místico de la antigua misa rezada, como tampoco con la belleza de la misa solemne. No es gloriosa en su expresión exterior de una celebración triunfal, como tampoco lo es en su dimensión interior de oración contemplativa. De manera que no cuenta con el esplendor exterior ni la profundidad interior del viejo rito. En su esfuerzo por ser todo para todos termina siendo nada por cualquiera. Al tratar de llegarle al anónimo “hombre moderno” termina creando un vacío; y la gracia aborrece el vacío tanto como la misma natura. 

Durante décadas, los liturgistan han prohijado especiales “misas para los niños”, y, puesto que la gente le hace caso a los expertos más allá de su escaso sentido común, muchas parroquias han instituído estas misas minimalistas. La triste realidad es que la misa Novus Ordo de por sí, habitualmente no es otra cosa que una especie de misa para los niños, con sus oraciones simplificadas, estuctura manualística e insípida transparencia. En realidad—y aquí otra amarga ironía—el rito nuevo no puede alimentar las almas de los niños con la eficacia de que es capaz el rito antiguo. Represéntense, si quieren, la diferencia entre un niño viendo una misa tradicional solemne y un niño viendo una típica misa dominical de parroquia. Cualquiera con un mínimo de conocimientos de psicología infantil puede ver que una de estas liturgias, complementada con catequesis, ha de tener efectos más profundos y duraderos.

Mi hijo, ahora un joven adulto, ha estado presenciando misas tridentinas desde que era chico, aunque hubo un período en el que no hallamos una liturgia cantada cerca de donde vivíamos. Cuando cumplió algo así como siete años de edad, tuvimos la suerte de asistir a una Missa Cantata después de un intervalo de más de un año. Cuando volvimos a casa, tomó un pedazo de papel, sin que nadie le dijera nada, y dibujó un bosquejo de lo que habíamos visto pasaba en el altar. En el dibujo se nota que mi hijo había detectado el momento clave de la celebración—la ofrenda del sacrificio de Nuestro Señor— y cómo la sacralidad inherente a ese acontecimiento se resalta (el acólito inclinándose levemente para tocar las campanas, el caliz elevado, los candelabros exagerados). Mi hijo nunca había hecho un dibujo de la misa Novus Ordo, ni siquiera de las que se habían rezado más reverentemente; a lo mejor nunca se había sentido impresionado tanto como le impresionó la misa tridentina. Puedo oír a los expertos litúrgicos decir: “No entendió esa misa, puesto que no podía traducir (ni siquiera oír) cada una de las palabras pronunciadas en latín”. Y lo que yo les diría a estos expertos carentes de sentido común es lo que sigue: él vió y sin necesidad de palabra alguna, comprendió cuál es la esencia misma de la misa—un acto de culto tremendo, misterioso, silente y sacro,centrado en el Cuerpo y la Sangre de Cristo. Díganme, os lo ruego, ¿qué se lleva un chico de siete años de una típica liturgia parroquial en su lengua vernácula? O mejor aun, ¡no me lo digan! Os diré en cambio que lo que mi hija, que por entonces tenía cuatro años, después de asistir a una liturgia parroquial en el que una señora mayor hizo las veces de acólito: “Mamá, mamá, ¡ que hay mujeres sacerdotisas!”. Una oportunidad para una paciente catequesis en un tono un tanto resentido. Una liturgia como esa está quebrada antes de que empiece; para cuando empieza a balbucear ya estamos en presencia de una parodia de la tradición católica. Sólo la milagrosa presencia de Cristo impide que sea una parodia enteramente hueca. 

La mejor “misa de los niños”—y me refiero la mejor para todo el mundo, desde el más pequeño de los niños hasta el anciano más viejo que desea alcanzar la niñez espiritual y no esos que permanecen toda su vida encerrados en una etapa infantil en su desarrollo como personas—es la misa tridentina celebrada con máximo empeño, con tronante ortodoxia y susurrantes misterios para todos los presentes. Si queréis una iglesia llena de católicos que se saben su fe y la practican, dadles una liturgia exigente, profunda y rigurosa. Comprobarán que están a la altura del desafío. ¿Por qué será que los reformadores litúrgicos no vieron, y por qué será que sus sucesores de hoy en día aún no ven que la psiquis humana requiere una cierta opacidad, una profundidad insondable, una fuerte resistencia y dificultad, una extraña grandeza que se levanta en agudo contraste con los familiares bajíos de la vida de todos los días? El hombre necesita de esto para conocerse y saber por qué está aquí. Sin esto, se verá confirmado en la convicción nihilista de que la vida de todos los días es una trampa de la que nunca podrá escapar. Resulta indiscutible que la liturgia nunca debiera ser una cosa accesible y fácil. Así son los negocios de este mundo—pero nuestros tratos con el Altísimo no pueden ser así de transparentes y coloquiales. “Yo soy El Que Es, y tú eres la que no es”, le dijo Nuestro Señor a Santa Catalina de Siena. La liturgia debiera comunicarnos, o por lo menos, disponer del poder de comunicarnos, un desbordante sentido de la “todeidad” de Dios y de la “nadeidad” del hombre, al mismo tiempo que se ven unidos al insondable misterio de Jesucristo, verdadero Dios y verdadero hombre, la incomprensible intersección de Todo y Nada, una boda que hace que Todo ministre hacia Nada para que de la Nada pueda ser creada una amistad eterna con Todo. “¿Cómo puede ser esto si yo no conozco varón?”—Yo no conozco la posibilidad que tiene el hombre de abrazar a Dios, e incluso después de que el Espíritu me cubrió con su sombra permanezco perpleja, puesto que nada de esto tiene “sentido” en términos humanos, y con todo tiene mucho más sentido que ninguna cosa que haya jamás inventado hombre alguno. Aquí el acertijo alrededor del cual danza la liturgia hasta que alcanza el punto de un reconfortante agotamiento. Pensad en el rito bizantino con sus incesantes repeticiones—como las olas del mar—de “Señor, ten piedad” y “Concédenos, oh Señor”; pensad en las rúbricas del rito romano tradicional con sus variopintas posturas coreográficas, silencios preñados y gestos dramáticos. 

De manera que demos de mano de una vez por todas con el absurdo lugar común de que “la gente no puede entender lo que pasa cuando se celebra la misa en latín, mientras que todos entienden lo que sucede cuando es en lengua vernácula”. En realidad, el más sucio, iletrado, campesino medieval, sabía mejor lo que sucedía en el elevado santuario de su iglesia local—el campesino que sabía, en parte por razón de los vitrales cuya belleza y motivos intrincados aún nos maravilla, que Dios murió por mí, que la sangre de Jesús lava mis pecados y que todo esto se hace maravillosamente presente en la santa misa—que lo que sabe el moderno parroquiano sentado en su iglesia pintada a la cal decorada con artefactos angulares, que no confiesa claramente la Presencia Real de Nuestro Señor en la Eucaristía, que confunde sentimentalismo con caridad y que convierte sus oraciones en cantinelas. El tipo de comprensión de la misa que realmente importa es alcanzable a cualquier fiel que ingresa a una iglesia real con una liturgia sagrada: constituye una intuición del misterio del Verbo hecho carne, hecho alimento para nosotros; el sacrificio de una vez y para siempre en el Calvario, realizado, presente, ante nosotros. Cualquier otra clase de “comprensión”, no importa cuán activamente se participe, constituye una ilusión, una distorsión de la forma, una distracción de lo que realmente importa. Que contemos con una misa celebrada en nuestra lengua vernácula no es garantía de que una persona fuera a entender qué cosa es el misterio de la misa. Por el contrario, si las vestimentas de la ceremonia nos resultan familiares en exceso, el asistente se puede llamar a engaño fácilmente, creyendo que sabe de qué se trata todo. Lo familiar engendra lo rutinario y lo rutinario al final resulta ignorado. Nuestra lengua vernácula constituye una zona muy confortable que nos aisla del escándalo del Evangelio, del escándalo de la Cruz, de la atracción de lo desconocido. Yo preferiría contar con dosis enormes de lo extraño, de música no común, de palabras raras, de un lenguaje arcaico, de gestos hieráticos que resulten inmensamente incogruentes con la sociedad democrática. Alguien lanzado a una situación como esa por lo menos sabe que está tratando con algo enteramente diferente y posiblemente mucho más profundo que sus baladíes ocupaciones de todos los días. 

Verbum caro factum est versus Verborragia

Si uno desea que “la gente” participe activamente en la liturgia—supuesto que la participatio actuosaes entendida como la Iglesia la entiende: una empeñosa conciencia y receptividad del lenguaje religioso y de su simbolismo, con respuestas apropiadas, audibles y calladas, verbales y no-verbales—entonces uno tratará de respetar hechos elementales de la psicología humana. Un desfile pausado de ministros hermosamente revestidos aproximándose al altar, con el acompañamiento del poderoso sonido de un órgano o de una celestial melodía bien cantada, induce a los sentidos y al alma a cosas más serias y elevadas, con efectos más duraderos, que lo que puede producir un sacerdote mal vestido que de repente aparece saliendo de la sacristía con paso casual y comenzando la misa en lengua vernácula a toda velocidad mientras interpola las oraciones con reflexiones de su propia industria. Si la liturgia no puede inmediatamente mostrar algo significativo para el niño atento, pues entonces ha fracasado. El sacerdote inclinado recitando el Confiteor, el acólito balanceando un incensario, el subdiácono, el diácono, y el sacerdote parado hieráticamente durante la misa solemne, la tremenda calma del canon romano—todas estas cosas se dirigen directamente al corazón, incluso al corazón de un niño pequeño que ha logrado quedarse quieto y mirar, como los he visto incontables veces, incluso durante las prolongadas liturgias solemnes. La liturgia del Novus Ordo no tiene mucho que decirle a tales almas porque se conforma con sólo decir, no hace nada, no hay inclinaciones, aspiraciones, silencios, balanceos del incensario, melodías para oír, cosas para mirar como el intercambio de menesteres de los ministros desempeñando sus diversos roles. El significado, el poder de la palabra hablada, decrece en proporción inversa a su uso y preeminencia. En el límite, contaos con una liturgia en la que hay muchísimo dicho, mas casi nada de solemnidad, de sacral, para ser registrado por los oídos o la vista. 

Un domingo mi mujer y yo asistimos a una liturgia Novus Ordo celebrada en latín en el la iglesia Karlskirche en Viena, y la liturgia entera no constistía más que en palabras, palabras y más palabras. El cura emergió de la sacristía y se puso a hablar. Luego continuó hablando. Después contamos con las lecturas y luego la homilía, seguidos del ofertorio y del canon, siempre palabras, rara vez algún canto, nunca un símbolo. Y después de la última oración, el sacerdote se volvió a su sacristía. Eso fue todo. Fenomenológicamente, no constituía más que el rezo de un oficio. Cualquier niño presente—un niño en años, o de corazón—habría hallado escaso alimneto para su naturaleza humana, por mucho que haya recibido el nutriente más poderoso del mundo en la santa Eucaristía. Aquí está el problema: ¿durante cuánto tiempo puede prolongarse una situación en la que el fin mismo y el contenido de la liturgia, su don infinitamente precioso del Cuerpo y de la Sangre de Nuestro Señor Jesucristo, se contrapone con esta forma hueca, banal, este baldío yermo y carente de caminos, este desierto en el que ningún hombre habita? Juzgado por los estándares de la significación sacra, la nueva liturgia, saturada de verborragia y de sonidos rastreros, frecuentemente no es más que un desierto sin vida. 

En una entrevista, el excepcionalmente claro y preciso Cardenal Ranjith (por entonces, trabajando en la Congregación para el Culto Divino) dijo lo siguiente: 

Durante años la liturgia ha soportado demasiados abusos y muchos son los obispos que lo han ignorado. El Papa Juan Pablo II había formulado una penosa apelación en Ecclesia Dei Adflicta que no era nada sino un llamado al orden a una Iglesia para que se tome más en serio la liturgia… Frente a semejante situación, el Santo Padre (Benedicto XVI) no podía permanecer en silencio: como vemos en la carta escrita a los obispos a propósito del Motu Proprio y también en muchos de sus discursos, antes esto sentía una profunda responsabilidad pastoral. Este documento, por tanto, más allá de constituir una tentativa de encontrar unidad con la Sociedad de San Pío X, constituye también una señal, un poderoso llamado a las armas por parte del pastor universal a recuperar un cierto sentido de seriedad.

Este “sentido de la seriedad” es precisamente lo que la solemnidad de las ceremonias y el ritual apuntalan creando y alentando en los que asisten al culto una actitud correcta—la conciencia de que estamos, o de que pronto estaremos, en presencia del Rey de reyes y Señor de los señores, el Salvador crucificado y ascendido a los cielos, escondido bajo el velo de la Santa Eucaristía, y que esta prerrogativa con que se nos privilegia exige de nuestra parte una extrema humildad, adoración y hambre de santidad. Sólo cuando estas virtudes (además de otras emparentadas) lleguen a caracterizar, visible y audiblemente, todos y cada unos de los aspectos de nuestro culto público, contaremos con una liturgia auténticamente sagradaconsonante con su inmutable naturaleza y por tanto espiritualmente saludable para todos los que participan de ella. 

Cuando miro lo que tienen para decir San Juan de la Cruz, Santa Teresa de Ávila y Santa Teresita del Niño Jesús acerca de su experiencia de la sagrada liturgia junto con su constante añoranza por lograr una unión contemplativa con la Santísima Trinidad, me pregunto si habrían reconocido e“sacrificio pleno / sobre el cual todos fijan sus ojos” (Ricardo Crashaw) en las empobrecidas reuniones que encontramos hoy en nuestras parroquias. O aun concediendo que podrían haber discernido la nuda realidad del sacrificio divinamente garantizado, la presencia real en la eucaristía a pesar de todo, ¿cuál habría sido su reacción? Sólo podría haber sido una de consternación, confusión, pena, cuando no horror y justificada indignación. No nos confundamos: los santos son los que más saben de liturgia, enganchados como están en la liturgia celeste, extasiado por una realidad que les es plenamente revelada. Están mucho más concientes que nosotros de cuán ofensiva y nociva es una liturgia terrena que refleja tan pobremente (cuando no contradice directamente, y eso rutinariamente) su causa ejemplar. Si se supone que  nosotros “tenemos el sentido de Cristo” (I Cor. 2:16), con mayor razón tendremos “el sentido” de los santos que mejor lo imitaron. Esto significa lo siguiente: cuando se trata del culto al Dios Todopoderoso no hay compromiso que valga; hemos de evitar cuidadosamente (y desterrar de nuestras parroquias) toda forma de mediocridad, toda banalidad, todo espíritu mundano y modernista. Más que eso: la creatura racional, sea angélica o humana, le debe a Dios un culto reverente; en estricta justicia tenemos una obligación, una obligación más imporante y más urgente que cualquier otra, de tributar alabanzas, bendiciones, adoración y acción de gracias a la Santísima Trinidad, de donde procedemos y hacia donde nos dirijimos, de un modo acorde con su gloria y honor. 

En esto consiste precisamente el culto ofrecido por Jesucristo, el supremo y altísimo Eterno Sacerdote y Cabeza del Cuerpo Místico, en unión con los miembros de la Iglesia Católica, de acuerdo a los legítimos rituales inspirados por el Espíritu Santo a lo largo de los siglos. 

La misión de restaurar la misa tradicional (y para los llamados a esa tarea, la “reforma de la reforma”) amedrenta de verdad. Frente a la tenaz y consistente resistencia de ciertos obispos y sacerdotes que “pastorea” (si esa es la palabra apropiada) a una grey mal formada y heteropráctica, de a ratos podríamos vernos tentados de desesperar, o por lo menos, a sentirnos descorazonados. En tiempos como estos, cuando nuestro movimiento se ve impregnado de nuevas esperanzas y renovadas energías, y sin embargo obstaculizado por una férrea oposición, a menudo hemos de recordar que el éxito llegará, y sólo provendrá de quien es todopoderoso. “Jesús, fijando sobre ellos su mirada, dijo: Para los hombres, esto es imposible, mas no para Dios, porque todo es posible para Dios” (Mc. 10:27). Sea cual fuere nuestra suerte litúrgica en esta vida, sean cuales fueren los resultados de nuestra batalla, sabemos que Cristo nuestro Rey, en su Pasión, Resurrección y Ascensión ya ha vencido al mundo y no espera para que nos juntemos con Él a celebrar su victoria. “Os he dicho estas cosas, para que halléis paz en Mí. En el mundo pasáis apreturas, pero tened confianza: Yo he vencido al mundo” (Jn. !6:33). Este mundo de incesante pelea constituye nuestro espacio de prueba en el que Nuestro Señor quiere ver hasta dónde llega nuestra fidelidad a la causa de la Verdad (cf. Jn. 18:37). Una vez peleado el buen combate, una vez que hayamos purgado nuestros pecados, seremos arrebatados hacia un templo no hecho por manos de hombre, hacia un trono que no puede ser derribado, hacia un altar que nunca podrá ser alterado—hacia la inefable belleza del Cristo y Dios de la infinita consolación y gloria, al que le tributaremos “la alabanza, la gloria, la sabiduría, la gratitud, el honor, el poder y la fuerza… por los siglos de los siglos. Amén” (Apoc. 7:12).

 

 

Tomado de Resurgent in the midst of crisis,

Sacred Liturgy, the Traditional Latin Mass and Renewal in the Church

Angelico Press, Kettering, Ohio, 2015.

Tradujo J. Tollers